Suonare News 0 1999 Sei corde
 

Il "mostro" del Massachussets
di Angelo Gilardino

Il repertorio di Andrés Segovia si servì abbondantemente della trascrizione. Del resto, gli interventi che il chitarrista operava sui testi delle musiche originali scritte per lui, specialmente quelle di Manuel Ponce, non erano meno rilevanti di quelli che si rendevano necessari nel trascrivere brani scritti per clavicembalo o pianoforte. Questo aspetto dell'arte segoviana – la trascrizione – è solo parzialmente documentato. Infatti, il maestro non solo lasciò inedite molte sue trascrizioni ma, a quanto è dato sapere sino ad oggi, nemmeno le scrisse: si limitava a annotare le sue modifiche sui testi delle trascrizioni di Tárrega (che in parecchi casi gli servirono come originali) o addirittura si affidava completamente alla memoria. Le non molte pubblicazioni di sue trascrizioni ebbero luogo in seguito a pressioni di editori più che per sua volontà. Di alcune trascrizioni segoviane esistono sì pubblicazioni, ma firmate da altri (no comment). Nel prendermi cura del lascito artistico di Segovia, mi sono ovviamente posto il problema di come salvaguardare questo piccolo patrimonio di opere latenti, di cui esistono le registrazioni discografiche ma non i testi scritti. Nel pubblicare le composizioni inedite (due volumi delle Edizioni Musicali Bèrben) avevo deciso di attenermi scrupolosamente ai manoscritti, senza aggiungere alcun filtro interpretativo: affermavo così la natura essenzialmente storico-documentale delle pubblicazioni, che a me pare assai più importante che non l'offerta di testi pronti per l'uso, cioè completati nelle dinamiche, nell'agogica, nell'espressione e nella diteggiatura, ma inevitabilmente esposti alla soggettività. Ho infine deciso di operare – d'accordo con la signora Emilia Segovia – una scelta analoga per le trascrizioni, assumendo le registrazioni discografiche come fonte primaria, in luogo dei manoscritti che non esistono. Assommano a parecchie decine le composizioni che, partendo dai repertori più diversi, Segovia forgiò conformemente al suo gusto e al suo stile. Ebbene, a me è parso che queste elaborazioni siano di un ordine tale da farle considerare come opere autonome, cioè quasi come composizioni segoviane vere e proprie, lasciando gli originali sullo sfondo. Il progetto di pubblicare un terzo libro – alquanto voluminoso – di opere di Segovia, tratte da altri autori, si è imposto come il più aderente alla realtà storica, e questo libro è ora in costruzione. Già mi accingevo, rassegnato, all'immane lavoro di dettato armonico in cui consiste il copiare la musica dai dischi quando, provvidenzialmente individuato da Eliot Fisk nel vasto panorama chitarristico statunitense, è saltato fuori un Cireneo disposto a portare la croce: questo chitarrista, nel “tirar giù” le note, dà dei punti a tutti, ha un orecchio davvero speciale, al punto che ha raccolto una mia provocazione, e quando gli ho detto che io sarei stato in grado, non solo di trascrivere le note, ma anche di individuare e di annotare le corde – cioè, in pratica, quasi di scrivere la diteggiatura – mi ha detto di non scomodarmi: l'avrebbe fatto lui, e l'ha fatto, lasciandomi soltanto il compito – vi assicuro molto più lieve – di ordinare la scrittura polifonica. Il mostro si chiama Phillip de Fremery e abita a South Hadley, una cittadina del Massachussets. È un concertista attivo, con trascorsi giovanili (inutile a dirsi) di schietta marca segoviana, e mi è stato presentato da Eliot Fisk, il quale ha vinto la mia incredulità assicurandomi che l’orecchio di Fremery era davvero infallibile. Tra qualche mese, coloro che sono interessati a studiare seriamente l'arte di Segovia quale trascrittore avranno a disposizione una nuova documentazione, capace di integrare felicemente l'ascolto dei dischi. Circa trent'anni fa, dovendo pubblicare un pezzo dedicato a Segovia e da lui inciso in disco – pezzo il cui autore era morto e il cui solo originale si supponeva essere in possesso del maestro – gli chiesi in prestito il manoscritto. Mi rispose che lui non ce l'aveva più (so adesso che diceva la verità) e, quando gli annunciai che, in tal caso, avrei trascritto le note dal disco, invece di indispettirsi, si illuminò in un largo sorriso e disse: «Davvero lei può fare questo? Allora, la prego, ne faccia una copia anche per me». Gli inviai la pubblicazione e ne ebbi un biglietto di ringraziamento. Il ricordo di quell'evento ha rinforzato la mia convinzione di aver preso la decisione giusta.

 

 

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