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Sulle orme di Segovia
di Filippo Michelangeli
Il regalo per il suo primo giubileo, a fine maggio compie 25 anni (auguri), il chitarrista Christian Saggese quest'anno se l'è già fatto. Lo scorso gennaio a Granada, in Spagna, ha conquistato l'ambito “Premio Segovia”, uno dei massimi riconoscimenti nel mondo delle sei corde. E oltre alla prestigiosa vittoria, Christian ha anche interrotto una lunga serie di secondi premi che sembravano averlo condannato alla zona più bassa del podio. Anche il “Segovia”, a onor del vero, gli era sfuggito per ben due volte, quando si era dovuto accontentare della medaglia d'argento.
Finalmente ce l'hai fatta ad espugnare il Concorso di Granada. Ci racconti come è andata?
C'erano 35 partecipanti da 15 paesi differenti. Il concorso era articolato nelle consuete tre prove: nella prima ho portato la Sonata di Ginastera e il pezzo d'obbligo, un'insulsa Sonata por teña di Eduardo Bravo. In semifinale siamo passati in 15. Ho suonato il Rondò n. 2 di Aguado, la Catedral di Barrios e 4 Preludi di Tárrega. In finale hanno ammesso solo 4 candidati: un cubano, un greco, uno spagnolo e me. L'ultima prova prevedeva un concerto per chitarra e orchestra (per l'occasione ci siamo accontentati di un pianoforte). Ho suonato Villa-Lobos e ho vinto.
Che cosa è cambiato dopo la vittoria?
Beh, non posso negare che mi abbiano fatto piacere i 13 milioni netti del primo premio, una chitarra da concerto Marin e vari concerti in Spagna. Però, i soldi vanno e vengono. Quello di cui avevo bisogno era un'iniezione di fiducia. Adesso sento che ce la posso fare.
Oggi i giovani si affermano solo ai concorsi, non è pericoloso rimettersi sempre al giudizio di una commissione?
Abbiamo delle alternative? La nostra voglia di emergere, di dimostrare quello che valiamo passa solo attraverso i concorsi. Devo dire, però, che superata la prima prova, dove c'è molta competitività, le finali sono uno stimolo e non un fatica. I concorrenti sono sempre di altissimo livello e c'è molta solidarietà. Ho imparato anche dagli altri.
Come ti sei avvicinato alla chitarra?
È la solita storia. Mio fratello, Elenio, suonava in gruppo rock. Avevo 12 anni e per spirito di emulazione l'ho seguito. Ho preso lezioni da Candido Lodezzano, un maestro di Asti, la città dove vivo. Sono arrivato fino all'ottavo corso poi mi sono iscritto al Conservatorio di Alessandria con Angelo Gilardino. Mi sono diplomato a 20 anni con 10 e lode.
Che ricordo hai di Gilardino?
Credo che sia uno dei più grandi maestri a livello mondiale. Mi ha insegnato ad avere rispetto per la musica. Dopo aver studiato con lui è molto difficile seguire altri insegnanti: ti sembra sempre di doverti accontentare.
Quali sono gli artisti che ammiri di più?
Non ascolto chitarristi. Comunque mi piacciono Julian Bream, Tilman Hoppstock e Marco De Santi.
Su che chitarra suoni?
Antonino Scandurra, tavola in abete, diapason 66 cm.
Un grande riforma vorrebbe trasformare i conservatori in istituzioni a livello univeristario. Che cosa andrebbe cambiato secondo te?
L'organizzazione, l'aspetto operativo. Per il resto quando hai un buon insegnante devi solo metterti sotto e scoprire se la musica rappresenta qualcosa di importante per te.
Che cosa farai da grande?
Spero di farcela. Insomma: vorrei diventare un concertista e girare il mondo.
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