Suonare News 0 1999 Sei corde
 

Splendori e miserie di una tradizione
di Angelo Gilardino

Quali sono i fattori che legano un evento musicale a una comunità, a un ambiente, a un luogo? L'origine di manifestazioni musicali che, acquistando fama universale, hanno reso famosi anche i luoghi in cui si svolgevano, è stata spesso casuale e, in qualche modo, poetica: il creatore vede un borgo, un castello, un edificio, e ne trae l'ispirazione per costruirvi attorno un festival. Non diversa è la storia dei corsi chitarristici di Trivero. Trivero è una cittadina delle Prealpi biellesi con poche migliaia di abitanti, ma ha un territorio vasto quanto una metropoli: territorio occupato soprattutto da boschi, sul quale sono sparpagliate le trentanove minuscole frazioni i cui nomi sono, di per sé, un compendio di storia locale. Nel 1975, ero in cerca di una sede per ambientarvi i miei nascenti corsi estivi, allora - in un'epoca in cui non insegnavo regolarmente e in cui le mie innovazioni nel campo della tecnica strumentale, dell'interpretazione e del repertorio erano in odor di eresia presso le chiese consacrate della chitarra - mia unica tribuna didattica. Capitai quasi per caso in una sorta di Eden, creato alcuni decenni prima da Ermenegildo Zegna sulle colline di Trivero: un grande giardino fiorito di rododendri, di azalee e di ortensie dall'incredibile color blu (dovuto, pare, alla speciale costituzione mineralogica del suolo), popolato da abeti, faggi, larici e betulle e solcato da una bellissima strada, non a caso chiamata Panoramica Zegna. Quasi in cima, poco prima della piana di Stavello – evocata da Umberto Eco ne Il nome della rosa – sorgeva l'edificio che faceva al caso mio e dei miei corsi. L'aveva fatto costruire il conte Zegna per l'infanzia, ma non aveva più una destinazione precisa e la Provincia, che ne era proprietaria, non solo me ne concesse l'uso, ma adottò i corsi e ne accompagnò con il suo patrocinio la crescita inarrestabile. Era - è tuttora - un edificio isolato, che alcuni allievi abituati ai corsi balneari chiamarono “Lovelock”, il nome dell'hotel nel quale Stanley Kubrick aveva ambientato Shining. A scanso di quel genere di equivoci che fa assomigliare i corsi estivi di musica a piacevoli villeggiature, feci asportare tutte le suppellettili che potevano assomigliare a quelle dei salotti e bandii i televisori. Non potei però oppormi allo svolgimento di accese partite di calcio che erano e sono, nelle ore serali, quando non si svolgono concerti, l'unica alternativa a intensissime giornate di studio e di lavoro. Oggi, i corsi di Trivero non sono più visti come un raduno underground di cospiratori antisegoviani, al contrario il rischio che potrebbero correre è quello di trasformarsi, a loro volta, in una delle cattedrali della chitarra. Nelle stanze e nei saloni dell'edificio sono passati molti tra i più bei nomi dell'attuale “mondo della chitarra”. Allora venivano, clandestinamente, attratti dalle misteriose alchimie musicali che si svolgevano nel luogo. Timorosi di essere scoperti dai loro gelosi maestri, raccomandavano di tener segreta la loro presenza ai corsi. Oggi, gli allievi chiedono il fatidico attestato ancora prima di aver ricevuto le lezioni: capricci della piccola storia, non sempre edificante, “del nostro strumento”, che mescola splendori e miserie non meno della cronaca politica. È chiaro che un movimento di centocinquanta persone che per sei settimane si avvicendano in una piccola località qual è Trivero, crea un business per gli operatori commerciali del luogo e una serie di relazioni con la gente. È anche da questi fattori che nasce una tradizione. Una delle più brillanti istituzioni culturali biellesi, il Doc.Bi, che si occupa di conservare, appunto, la tradizione, da dieci anni collabora con i corsi nel più diretto e concreto dei modi: ogni volta che ricolloca in una chiesa, in un castello, in un palazzo, un dipinto, una scultura, un oggetto d'arte, celebra l'evento con un concerto di chitarra. I corsi di Trivero non sono dunque soltanto un rito esoterico per chitarristi, ma un evento vivo, che mette i chitarristi in relazione con la società di cui fanno parte. È tutto rose e fiori? No. Ogni anno che passa, l'edificio decade e impone alla Provincia spese di manutenzione ingenti, sproporzionate all'impiego che se ne fa per sole sei settimane l'anno. Attratte dal prestigio della manifestazione – e dagli utili che apporta al commercio – da anni altre località si sono candidate per ospitare i corsi. Apprezzo le loro offerte ma, affezionato ai valori della tradizione – venticinque anni non sono uno scherzo – mi sono finora attenuto alla strategia di Bertoldo, che aveva accettato di farsi appendere, a patto che l'albero fosse di suo gusto. Finora, un'altra Trivero non l'ho vista: forse esagero, ma mi piace troppo far lezione in un parco in cui so che di notte si aggirano le volpi.

 

 

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