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Sette fatiche per amare Mangoré
di Angelo Gilardino
Agustín Barrios, uno dei massimi compositori del romanticismo chitarristico latinoamericano, non era un modello di accuratezza nella gestione della sua musica. Nel suo errabondaggio, spargeva manoscritti qua e là, elargendoli ad amici e sostenitori, e non si curava di conservare i testi delle composizioni che scriveva. Anzi, pare che molte delle sue opere non le abbia scritte affatto, ma solo memorizzate per suonarle, e di alcune tra le più famose abbiamo il testo soltanto perché un tenace ammiratore, tale Martin Borda y Pagola, che s’ingegnava di dare un minimo di regola alla vita caotica dello stravagante musicista, arrivava a chiuderlo a chiave in una stanza, permettendogli di uscire solo se avesse messo per iscritto i suoi capolavori. Del suo lascito, che dovrebbe – secondo le leggende – consistere di trecento e più lavori, le due edizioni “complete” fin qui giunteci (curate da Richard Stover e da Jesus Benites rispettivamente) ne offrono concordemente si e no un centinaio. Delle altre composizioni non si sa nulla. Non c’è da stupirci per questo: Barrios era capace di dimenticare un fascio di manoscritti nella carrozza di una signora che l’aveva intenerito e, non rivedendola più, di dimenticare, con lei, anche le proprie carte. Risaltano invece molto, nel confronto di uno stesso pezzo pubblicato in entrambe le edizioni, le differenze di notazione: possibile che Barrios abbia scritto due volte lo stesso brano, adoperando una volta la misura di 3/4 e un’altra la misura di 6/8? Del resto, non ci resta che accontentarci: i signori che hanno pubblicato le loro versioni – certamente incomplete – di un’opera omnia la cui reale consistenza nessuno arriverà mai ad accertare, si sono guardati bene dall’indicarci con precisione le loro fonti, affermando genericamente di essere in possesso dei manoscritti autografi: dobbiamo quindi credere loro sulla parola.
Per questo motivo, mi piace e mi convince l’operazione condotta in porto da una piccola casa editrice britannica, che proprio con questa iniziativa esordisce nell’affollato e asfissiato panorama dell’editoria chitarristica: si chiama Aston Music Productions (9 Aston House, Westgate Avenue, Bolton BL1 4RF, www.astonmusic.freeserve.co.uk), la conduce il chitarrista Paul Fowles, e si avvale, nella fattispecie, della collaborazione di uno di quegli esecutori capaci di trascrivere, anche da un vecchio disco, tutte le note, e persino di individuare le corde su cui quelle note sono state suonate (insomma, di ricostruire testo e diteggiatura a partire da un’audizione). Il fenomeno in questione è Chris Dumigan, chitarrista e a sua volta compositore di musiche per chitarra (niente affatto male, detto per inciso). Dev’essere stata una grande passione per la musica di Barrios ad avere spinto Dumigan a impegnarsi per anni in siffatto labour of love. Il chitarrista-compositore britannico – come Phillip de Fremery con le trascrizioni incise da Segovia e mai pubblicate – ci consegna quindi, in mancanza di fonti manoscritte sicure e accessibili, il più attendibile dei testi: quello da lui fedelmente e prodigiosamente trascritto dalle incisioni discografiche dello stesso Barrios che, com’è noto, fu liberalmente (e fortunatamente per noi) incline a consegnare la sua musica e la sua arte di interprete ai microfoni, quantunque imperfetti. È infatti ragionevole concludere che l’ultima parola sulle molte discordanze che risultano dai diversi testi fin qui pubblicati venga proprio dalle versioni che Barrios si risolse a incidere in disco, poiché quelle erano verosimilmente il risultato di una messa a punto di particolari che l’autore continuava instancabilmente a svolgere anche dopo aver scritto i brani.
L’edizione s’intitola “The Barrios Anniversary Edition” e consta di sette volumi che contengono una sessantina di titoli, incluse alcune trascrizioni. Molte delle opere di Barrios pubblicate nelle due edizioni già note non appaiono dunque in questa, ma è il solo svantaggio: da ogni altro punto di vista, il testo messo insieme da Dumigan risulta molto più convincente. Soprattutto le sue diteggiature – ricostruite con somma bravura – risultano fraseologicamente utili, logiche, tali insomma da restituire a testi altrimenti imbalsamati la freschezza e la vitalità che – nonostante il velo delle incisioni primitive – sprizza dalle esecuzioni del geniale Mangoré. L’importanza di questo contributo non è adeguatamente sottolineata dalla qualità dell’edizione, che si presenta con una sorta di frettolosa modestia, sia nell’incisione che nell’impaginazione. Mi risulta però che Paul Fowles abbia già in progetto una ristampa più consona alle gesta del suo campione. Intanto, leggiamoci questo testo e studiamolo con attenzione: lo merita e ci torna infinitamente utile.
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