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Alla ricerca di Villa-Lobos
di Angelo Gilardino
Il repertorio della chitarra, com’è universalmente noto e concordemente riconosciuto, ha uno dei suoi punti di forza nelle composizioni di Heitor Villa-Lobos. In una situazione qual è quella della musica per chitarra, che annovera opere di valore misconosciute da una categoria di concertisti piuttosto ignoranti e tendenzialmente gregari (è risaputo che il disco della star di turno orienta le scelte di repertorio degli esecutori-satelliti, e determina il successo di brani non di rado francamente stupidi), il caso di Villa-Lobos è una felice eccezione: la sua musica per chitarra ha riscosso in pieno tutto il successo che meritava, ed è amata sia dagli esecutori, che si esaltano nella generosa cromofonia degli Studi, dei Preludi, della Suite, del Chôro e del Concerto per chitarra e orchestra, sia dal pubblico, spesso soggiogato dal fascino di pagine geniali.
C’è però un problema: la raccolta delle Douze Etudes, il capolavoro di Villa-Lobos, pubblicato nel 1953 con una lusinghiera prefazione di Andrés Segovia, una prefazione che allora equivaleva ad un radicale ripensamento sulla musica villalobosiana, in precedenza oggetto di giudizi assai severi da parte del massimo chitarrista del secolo. Questa raccolta ha sempre lasciato dubbi e perplessità nel lettore, non per quanto riguarda il suo valore – oggi completamente fuori discussione – ma per l’attendibilità e la chiarezza dell’edizione. È vero che gli Studi furono pubblicati da Max Eschig quando Villa-Lobos era vivo e operante, e che quindi fu verosimilmente lui a fornire all’editore il testo pronto per la pubblicazione e forse anche a correggerne le bozze, ma è altrettanto vero che moltissimi sono i punti poco chiari, o chiaramente errati. Su questi aspetti dubbiosi del testo hanno dovuto cimentarsi tutti gli interpreti scrupolosi, ed è perciò nata una piccola letteratura di studi sull’argomento, alla quale anch’io ho dato a suo tempo un doveroso contributo, setacciando il testo e offrendo la mia soluzione agli enigmi che esso oppone, con un saggio intitolato Per una rilettura dei Dodici Studi di Heitor Villa-Lobos, pubblicato ne Il Fronimo.
Negli ultimi anni, sono stati ritrovati alcuni manoscritti di Villa-Lobos contenenti redazioni primarie del testo degli Studi: la più antica risale al 1928. Il ragionamento di chi sostiene che il testo definitivamente valido è soltanto quello pubblicato nel 1953, e che le versioni precedenti sono state perciò superate dall’ultima revisione dell’autore in vista della pubblicazione, sarebbe giusto se l’edizione fosse impeccabile. Ma non lo è. Diventa allora preziosa ogni fonte che aiuti a sciogliere dubbi e a dirimere controversie. Eduardo Fernandez e Stanley Yates hanno pubblicato le loro tesi interpretative su Guitar Review, mentre Frédéric Zigante in Italia e Fabio Zanon in Brasile hanno basato le loro eccellenti incisioni discografiche dell’opera per chitarra di Villa-Lobos non soltanto sull’edizione, ma anche sugli autografi precedenti. Non sono giunti a conclusioni identiche, ma hanno dimostrato che il testo del 1953 è comunque da assoggettare a una attenta filtrazione preliminare e che si deve fissare attraverso il vaglio di un’edizione critica.
A questo punto, il silenzio sfingeo dell’editore diviene inaccettabile: Max Eschig è il proprietario del copyright, ma la proprietà patrimoniale di un bene artistico non implica il diritto di limitarne la conoscenza pubblica. L’edizione critica degli Studi di Villa-Lobos è una necessità dei lettori che si pone all’editore nei termini dell’imperativo etico e del dovere culturale, ed è l’unica alternativa seria all’incombente minaccia di un’alluvione di fotocopie – più o meno lecite – dei vecchi autografi, nonché di una proliferazione caotica di testi diversi tra loro: un’evenienza, questa, che pavento, ben conoscendo la disinvoltura irresponsabile con cui qualunque chitarrista si sentirà in diritto di rifare gli Studi a proprio uso. Non è questa la sede per tracciare le linee di un’edizione critica, ma è chiaro che essa non potrà prescindere da una puntuale e dettagliata comparazione di tutte le varianti di ogni aspetto del testo: le note, i segni dinamici e di espressione, l’agogica, le indicazioni di tempo, le sezioni esistenti nei vecchi manoscritti e poi soppresse nella pubblicazione, le notizie che, intorno all’elaborazione del testo, è possibile reperire negli archivi che conservano lettere di Villa-Lobos e dei suoi corrispondenti (ve ne sono alcune, che ho letto, nell’archivio della Fondazione “Andrés Segovia”). Signori di rue de Rome, restiamo tutti in attesa. Non troppo a lungo, si spera.
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