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Chiacchiere, insulti e chewing-gum
di Luigi Fait

Mi risulta che nelle scuole di musica – dai più modesti istituti sino alle accademie di alto perfezionamento – al di là delle letture del pentagramma e di ogni altro esercizio – non si contempli l'educazione dell'allievo. Infatti, nessuno ha ancora scritto il galateo del cantante, del direttore d'orchestra, dello strumentista, del didatta. Di conseguenza, assistiamo quotidianamente alle imprese di troppi screanzati, i quali girano impuniti, dato che la magistratura si occupa semmai del diapason, del plagio, dell'incendio dei teatri, degli autentici o dei cervellotici delitti, ove si trovano peraltro coinvolti non pochi maestri, assassini o vittime: dal Principe Gesualdo di Venosa a Mozart, da Arnaldo Graziosi ad Anton Webern. Senza macchiarsi di reati veri e propri, molti musicisti commettono dunque parecchie negligenze. Ecco ad esempio che un paio di signori, solitamente ligi alle norme più austere, hanno recentemente varato una nuova e assurda formula di gara. I concorrenti vi partecipano con l'invio di videocassette. Se tale sistema fosse stato ideato da un boss della canzone non ci scandalizzeremmo più di tanto. Ma è inquietante che tocchi a una giuria di espressione classica dover giudicare solisti e orchestre attraverso i nastri magnetici. Non confondiamo questo caso con i provvidenziali filmati di Karajan e di Bernstein, che ci hanno pur insegnato ad amare Mozart, Beethoven, Brahms. Sono viceversa i giovani nonché sconosciuti interpreti a non dover essere valutati da commissari seduti in poltrona davanti al piccolo schermo. È strano. Agli scarsamente illuminati inventori di questa bizzarra contesa non è venuto in mente che i vari concorrenti non hanno a disposizione gli stessi congegni (a cominciare dai microfoni) per la realizzazione dei propri audio e video? C'è da scommettere che, a prescindere dai meriti artistici personali, il più povero spedirà una cassetta colma di ombre e miagolii; il più ricco un'opera da Premio Italia. A chi giova dunque ignorare che l'arte dei suoni non è un surgelato, bensì pensiero, poesia, vita, creatività, tecnica ed emozione dirette? Ciò denunciato, non intendo certo combattere il CD o il concerto televisivo in genere, che non hanno alcuno scopo agonistico. Credo che siano viceversa da stigmatizzare i giudizi esternati per redigere graduatorie di musicisti rigorosamente inscatolati. Secondo un galateo ancora inedito, sono tuttavia preferibili tali candidati “inscatolati” a quelli “nudi”. Non scherzo. A un concorso organistico s'era affacciato tempo fa un imprevedibile e incauto aspirante. Con il pretesto che a casa sua si allenava svestito, chiese il permesso alla sbigottita commissione di togliersi cravatta, giacca, camicia, pantaloni e quant'altro. E non finiscono qui le inciviltà, di cui sono protagonisti sia i giovani sia gli adulti. Ricordo un chitarrista, peraltro di discreto talento, che si produceva in pubblico nascosto dietro il leggìo, mentre al suo fianco si agitava un grasso e rumoroso voltapagine. A un'audizione, nel bel mezzo di "Recondita armonia", un tenore si blocca e, pur sollecitato dal pianista collaboratore, perde ogni intonazione. Anziché ritirarsi prega la commissione di promuoverlo, tenendo conto che a casa sua non gli è mai capitata una simile disgrazia. Screanzati – e lo sottolineava Angelo Gilardino su Suonare news – sono anche quei commissari che chiacchierano e si distraggono mentre un concorrente si sforza di offrire il meglio della propria arte. Che dire poi di quegli esecutori che nel corso delle loro esibizioni masticano gomme americane, battono il tempo con i piedi, arrivano e se ne vanno dal palco senza un inchino, si calano sulla testa (imitando Zucchero, Dalla e perché no addirittura il geniale e compianto Friedrich Gulda) cilindri, coppole, cuffie, caschi, sombreri?

 

 

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