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Giovani prodigi: esistono eccome
di Angelo Gilardino
Si lamenta da più parti, nel pittoresco “mondo della chitarra”, l’eclissi del genio: non c’è il nuovo Segovia. Mi domando: se ci fosse, quale vita gli organizzerebbero i suoi simili, in paesi come l’Italia, dove sembra inevitabile, per chi abbia talento, essere ostacolato da chi ne è privo? Si occuperebbero, del novello Segovia, i “maestri” e i “critici”, e tenterebbero di fargli cambiar mestiere. Proviamo allora a dire una briciola di verità riguardo agli affari chitarristici giovanili di casa nostra, che non procedono affatto male.
Limitando la mia osservazione al campo discografico, sottolineo l’eccellenza del recente esordio di tre concertisti che a me non fanno rimpiangere proprio nessuno: alle loro interpretazioni, diversissime, non manca infatti nulla, né la chiarezza del pensiero musicale, né l’immaginazione, né il suono, né la tecnica. Li nomino in ordine alfabetico: Luigi Attademo, Lorenzo Micheli, Giulio Tampalini. Conosco in Italia altri giovani brillanti, e mi scuso di non menzionarli qui: sto parlando soltanto in relazione ai dischi “opera prima” che ho potuto ascoltare di recente.
Attademo esordisce (dischi “Niccolò”) con una monografia dedicata a Domenico Scarlatti, ed è imminente l’uscita di un suo nuovo CD dedicato a Bach. Nell’interpretazione di questo giovane, Scarlatti rivela nuove sfaccettature (ne prendano atto anche i signori pianisti e clavicembalisti, non farà loro male imparare qualcosa anche da un chitarrista): tutto quello che forma il miracolo scarlattiano, e che già ben conoscevamo, esce da questo filtro chitarristico intatto, ma velato da un’ombra pensosa, che lo rende più profondo e in un certo senso inquietante. Solare e sensuale, sì – Attademo è un chitarrista mediterraneo al quale la cultura filosofica non fa velo nello spiegamento della più sana virtuosità e della policromia chitarristica – ma anche denso di ombre, più vicino agli enigmi di Velazquez che alle luminose certezze dell’arte italiana e, proprio per questo, nuovo e – lo dico nel senso letterale del termine – importante. Il suo dio è evidentemente Horowitz.
Micheli si presenta con un magnifico CD (“Stradi-varius”) dedicato alla musica per chitarra di Dionisio Aguado. Aguado si divide tra Haydn, Bellini e Boccherini: quando guarda a Vienna e all’Italia (nei Tre Rondò Brillanti op. 2) è un compositore di notevole tempra – oltre a essere il grande maestro della chitarra che scrisse il più bel metodo di tutti i tempi; quando invece si abbandona alla moda madrilena di fine Settecento, non riesce a distaccarsene con signorilità boccheriniana e paga uno scotto, scendendo di categoria. Micheli rende piena giustizia al miglior Aguado e riesce a valorizzare anche l’Aguado regional-popolare (quello del Fandango, per intenderci): suona per l’occasione un chitarrino d’epoca dal quale spreme un suono pieno e trasparente, fraseggia con fantasia stupefacente e in certi punti il suo ardore riesce a far somigliare uno studio di Aguado a uno studio di Chopin. I suoi numi tutelari potrebbero essere Rachmaninov e la Argerich.
Con il primo dei cinque CD che “Suonare records” ha predisposto affidandogli l’incisione integrale delle opere per chitarra sola di Mario Castelnuovo-Tedesco, Tampalini fa piazza pulita di tutto il romanticume accumulato intorno a questa musica. Ne dà un’immagine limpida, invece, disegnata con esemplare precisione nella forma musicale e sensibilissima nei dettagli del fraseggio e del suono, al quale giova moltissimo un impiego di tipo orchestrale, capace sia di sottigliezza sia di imponenza. Si prova un senso di sollievo nell’ascoltare infine la Sonata come un vero “Omaggio a Boccherini” e non come un involontario omaggio a Blasco Ibanez (autore del popolare romanzo Sangue e arena) e si ammira, in questo interprete, che dimostra un’età intellettuale molto più matura di quella anagrafica, il compiuto equilibrio e la severa dosatura di una tecnica spavalda, totalmente identificata con il pensiero musicale. La divinità musicale che lo regge è quella di Julius Katchen (i nomi, a volte!).
È confortante apprendere che anche Micheli – recente vincitore di un concorso statunitense che gli offre in premio l’incisione di un CD per l’etichetta Naxos – ha deciso di dedicare un recital discografico a Castelnuovo-Tedesco. Forse la purga adorniana è davvero finita, e mi sembra molto bello che l’annuncio di questa liberazione risuoni nei concerti e nei dischi di giovani che camminano sulle proprie gambe, seguendo le proprie idee. Non sono nuovi Segovia: sono loro stessi, grazie al cielo, e in loro, nonostante il rancore nichilista dei falsi Geremia, la storia della chitarra italiana continua a fiorire.
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