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Addio al secolo della chitarra
di Angelo Gilardino

Per un secolo che se ne va (e porta con sé un millennio) una riflessione, beninteso limitata al piccolo specchio della musica per chitarra, è inevitabile (la storia si scriverà poi). Che cosa è successo nel Novecento? Alla breve, si può dire che sia stato il vero secolo d'oro dello strumento: se il primo del Duemila sarà migliore, bisognerà trovare qualcosa di più prezioso dell'oro per creare la metafora. L'evento secondo me più importante è stata la trasformazione della chitarra da strumento puramente lirico in strumento del mistero. Per tutto l'Ottocento, la chitarra aveva dato voce a un naturalismo o un esotismo piacevolmente superficiali, si trattasse dell'elegante formalismo di Giuliani, della più pacata riflessività di Sor, del sentimentalismo di Regondi, dell'intimismo di Tárrega. Una chitarra bella, accattivante, ma nulla più. Se oggi, a cent'anni esatti dalla composizione di Recuerdos de la Alhambra – pezzo che conclude nella sua capacità emblematica l'Ot-tocento chitarristico – misuriamo il cammino percorso, la prima cosa che dobbiamo concludere è che la chitarra è divenuta ben altro. Che cosa? Direi, nella flebilità della sua voce, un potente medium che entra nel mondo dell'invisibile e dell'inconoscibile. Cominciò Manuel de Falla nel 1920, irrompendo in un repertorio-giardino di musichette a ispirazione popolare, con un brano che di colpo si curvava su un passato insondabile – quello evocato dai melismi del cante jondo e su un Oriente perduto dalla memoria storica. Sempre nel folto di un repertorio lirico-consolatorio, spuntavano nel 1933 le Quatre pièces brèves di Frank Martin, e la loro scabra potenza arcaicizzante sanciva la nuova anima di uno strumento capace di prodigi – è il caso di dirlo – inauditi (nel frattempo, Villa-Lobos aveva rinnovato il vocabolario chitarristico con i suoi travolgenti Studi). Da allora, la vita dello strumento è proseguita su due livelli, quello lirico-naturalistico (prediletto dal pubblico e dalla maggioranza, invero alquanto sprovveduta, degli esecutori), e quello medianico. Il primo, si è glorificato nella felice avvenenza del Concierto de Aranjuez, ed è cresciuto a dismisura nell'apporto dei vari chitarristi-compositori sensibili alla musica popolare latino-americana (o, più recentemente, celtica, asiatica, indiana: non cambia nulla, si tratta sempre di epidermide pseudomusicale). Il secondo, impopolare e – a seconda dei casi – riverito o denigrato, ha aperto – lo dico senza timore di esagerazione – un nuovo capitolo nella storia della musica strumentale. Nessun altro strumento è infatti paragonabile alla chitarra in quella che, convenzionalmente, definisco la poetica del mistero (usando questo termine proprio nel senso posto da Vladimir Jankélévitch nella sua esegesi debussiana): una poetica musicale in cui confluiscono i Tres Gráficos per chitarra e orchestra di Maurice Ohana, il Nocturnal di Benjamin Britten, le due Royal Winter Music di Hans Werner Henze, Nunc di Goffredo Petrassi, e altre composizioni che qui non posso citare. La pochezza dei chitarristi che queste pagine non sanno leggere è meno colpevole di quella degli storici, dei musicologi, dei critici e dei direttori artistici che difendono la loro inconsapevolezza di quello che è un aspetto fondamentale della musica del Novecento dietro il paravento dell'ironia nei riguardi di Aranjuez, identificando in esso, e nel genere di musica che rappresenta, tutta la chitarra: paradossalmente, i chitarristi più gretti e gli studiosi più sofisticati si ritrovano, nei confronti di questo repertorio, accomunati dall'ignoranza. Ma non è dell'ingenuo delirio di chi rincorre chimeriche fortune personali suonando un repertorio da piano-bar o della supponenza di qualche professore a corto di voglia di studiare e di imparare che ci si deve dar pensiero. La verità è che al nuovo potere di uno strumento in passato per ogni altro verso secondario, il Novecento ha dato piena rivelazione, e non c'è motivo di temere che questa verità non s'imponga. La storia della musica, e la vita musicale nella sua quotidianità, hanno tempi lunghi, ma alla fine si tirano le somme. E allora, dopo il secolo d'oro della chitarra, ci sarà anche il secolo d'oro dei chitarristi.

 

 

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