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Programmi di notazione musicale
di Angelo Gilardino
Scrivere dei programmi di notazione musicale computerizzata, come ho fatto due mesi fa in questa pagina, deve aver toccato corde sensibili. Obbedisco. Intanto, perché un compositore, uno strumentista, un insegnante dovrebbero appassionarsi alla notazione musicale? È un argomento così importante? La mia risposta è ovvia: coloro a cui bastano quelle quattro nozioni vaghe e scipite di scrittura che s’imparano nel corso di composizione non troveranno, nello studio della notazione musicale, alcun stimolo. Il musicista che invece ami studiare i nessi tra la scrittura e il suono, ossia fra il simbolo e la cosa, oggi vive un momento felice, e anche rischioso.
Prima regola: non imparare un programma di notazione computerizzata senza aver prima studiato almeno i fondamenti della notazione tradizionale, ossia quelle regole di scrittura della musica affermatesi nella pratica degli incisori e dei copisti. Sono queste categorie ad aver codificato i princìpi di quella che possiamo considerare un’estetica, ma anche una regola di praticità e chiarezza: la musica che si legge meglio è anche quella che risulta più bella da vedersi. Per imparare queste regole, ci sono due possibilità: studiare analiticamente la musica incisa a punzoni o copiata a mano da abilissimi artefici, oppure leggersi un manuale scritto dal principe degli incisori americani. Si chiamava Ted Ross. Il suo aureo trattatello di 278 pagine è una vera Bibbia della notazione musicale, e s’intitola The Art of Music Engraving and Processing, titolo al quale fu premesso (forse dall’editore) l’esortativo Teach Yourself. È pubblicato da Hansen Book, Miami. Tanto per intenderci, Ross sostiene che, agli effetti della conoscenza della notazione musicale, un grande compositore si trova all’incirca nei panni di un novizio.
Gli editori italiani farebbero molto bene a tradurre questo testo e a pubblicarlo: proprio perché l’incisoria musicale a punzoni è stata abbandonata a favore della notazione computerizzata, la lezione di questo maestro risulta preziosa. Salvatore Siragusa, maestro dell’incisione musicale classica, ha cortesemente risposto al mio scritto precedente offrendomi in lettura un bellissimo lavoro di Ken J. Williams, scritto per i copisti a mano giusto alla vigilia dell’avvento dei personal computer: Music Preparation - A Guida di Music Copying, stampato proprio a New York nel 1980. Si integra alla perfezione con il testo di Ross. Quando queste regole siano state assimilate, si può passare alla notazione computerizzata e beneficiare dei suoi indubbi vantaggi. Esistono grosso modo due categorie di programmi: quella a uso personale e quella a uso professionale. Mi occupo qui soltanto della seconda.
I programmi professionali di notazione musicale sono oggi quattro. Due servono agli incisori professionisti, ossia funzionano soltanto come programmi di grafica per l’editoria musicale; gli altri due, invece, oltre a offrire una grafica musicale professionale, funzionano anche come sequencer, e permettono l’ascolto della musica che hanno permesso di scrivere. Questi ultimi, servono dunque egregiamente soprattutto ai compositori. Teoricamente, possono servire benissimo anche per il corso di solfeggio e di armonia complementare. Fuori i nomi, dunque. Score è un programma di notazione completo, che funziona soltanto su PC e che si governa con una nutrita serie di istruzioni simili a quelle adoperate dai programmatori. I chitarristi conoscono benissimo la sua grafica inconfondibile, secondo me un po’ troppo austera, perché la maggior parte delle edizioni Chanterelle e Orphée sono preparate con Score.
Molto più seducente nella grafica – basata su un bellissimo font originale battezzato Revere, in ricordo del grande litografo americano – è un programma giovane, inventato da Alan Talbot, e chiamato Music Press. È elegante, maneggevolissimo (può comporre le più fantasiose e insolite scritture della musica contemporanea), e non è nemmeno complicato. Funziona solo su piattaforma Apple-Mac. Sibelius, un duttilissimo programma musicale inventato da due gemelli inglesi, musicisti, considera le piattaforme PC e Mac torpide e impacciate, e i suoi miracoli li fa solo su Archimede, un computer Acorn basato su tecnologia Risk, che guarda ai nostri computer come a malcongegnati trabiccoli. Sibelius sarebbe il programma ideale, ma Acorn, in Italia, è quasi inesistente, e pone problemi di assistenza e di manutenzione. Ciò non toglie che la grafica di Sibelius e il suo sequencing, che permette un ascolto immediato della musica appena scritta, siano davvero eccellenti. Un solo neo, avvertibile soprattutto dai chitarristi: Sibelius alloga automaticamente soltanto due voci per ogni pentagramma, e se ne volete una terza dovete collocarla manualmente (vergogna). Per un chitarrista-compositore italiano, la scelta, quasi obbligata per esclusione degli altri tre, diventa dunque Finale. Programma sontuoso e spietato, vi farà trascorrere centinaia di ore in un lento apprendimento, reso bizantino da una serie di rimandi da uno all’altro dei suoi ponderosi manuali, aggiornamenti dei manuali e aggiornamenti degli aggiornamenti: una volta preso per i capelli, renderà però servizi preziosi tanto all’incisore che al compositore.
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