Suonare News 0 1997 Sei corde
 

Quando c'era l'incisore
di Angelo Gilardino

La chitarra ha una scrittura musicale costituzionalmente anomala, diciamo pure nata male. La sua notazione doveva essere logicamente disposta su un sistema a due pentagrammi, in chiave di basso e di violino, e così le sarebbero bastati due tagli addizionali, uno sotto il pentagramma inferiore e uno sopra. La polifonia sarebbe stata distribuita in modo chiaro ed elegante, le articolazioni, i segni dinamici, agogici e di espressione e, quando necessarie, le diteggiature, si sarebbero potuti distribuire in spazi ampi e comodi. Invece no: fin dall'avvento della notazione mensurale, nella seconda metà del secolo XVIII, tutto fu ammassato in un solo rigo, con una stupida trasposizione all'ottava, con steli troppo lunghi o troppo corti e rovesciati rispetto alla loro direzione naturale: un pasticcio. Rimediare adesso non è più possibile: non si possono cancellare le abitudini di due secoli e mezzo di scrittura e di decifrazione. Tuttavia, anche nella selva di problemi creati dalla notazione chitarristica, gli incisori di musica avevano imparato a destreggiarsi con bravura. Si era formata e consolidata una magnifica tradizione, anzi una vera e propria arte, quella dell'incisione musicale a punzoni. L'apparato di regole, numerosissime e niente affatto semplici, che governava quella che potremmo definire una vera e propria scuola, non è mai stato - ch'io sappia - raccolto in un manuale scritto, almeno in italiano: veniva trasmesso da incisori esperti a incisori novizi come un antico e nobile mestiere. In Italia, sono esistiti incisori di musica di altissimo livello. Chi ha avuto le proprie composizioni copiate da incisori come quelli che lavoravano agli ordini dell'eccellente artefice Salvatore Siragusa, a Milano, può reputarsi fortunato e può conservare una copia stampata dei suoi pezzi come una prova d'artista. Poi, l'incisoria a punzoni è scivolata in una non tanto lenta estinzione, a causa dell'avvento della notazione musicale computerizzata, che offre tempi più rapidi, costi ridotti, grande facilità nelle correzioni. Tutto bene? Per niente. Si deve purtroppo constatare che la notazione computerizzata, almeno per quanto si riferisce alla complessa e bizzosa scrittura chitarristica, ha fatto compiere all'editoria un grave regresso. La musica per chitarra copiata con i vari software negli ultimi dieci-quindici anni è, dal punto di vista grafico e scritturale, decisamente brutta e, nel confronto con quella dei vecchi incisori, fa una pessima figura. Le cause di questa sconfitta sono evidenti. Innanzitutto, i programmi di notazione sono in genere inadeguati, rozzi, rigidi e concepiti all'insegna dell'utilitarismo più sbrigativo. Fanno eccezione alcuni software che puntano a risultati professionali, e che sono adatti alle esigenze dell'editoria: Finale e Sibelius per i compositori ( che funzionano anche come sequencer, con funzioni di playback che permettono l'ascolto della musica scritta), Score e Music Press per gli incisori puri (può darsi che ne esistano altri che io ignoro, e me ne scuso). Si tratta di programmi in continuo aggiornamento, che richiedono un impegno costante di studio. Ma – questo è il punto dolente – per adoperarli con efficacia, occorre prima istruirsi sulle regole della scrittura chitarristica, altrimenti si rischia di essere sommersi dalle innumerevoli funzioni offerte dai software e di naufragare nel dilettantismo. Forse non è ben noto a tutti che l'aver studiato composizione non significa affatto aver imparato le regole della corretta grafia. Se, nei manoscritti, le sgrammaticature possono essere riscattate dalla vitalità del segno personale, nelle musiche scritte al computer gli errori risaltano clamorosamente e squalificano il risultato. Il passare dalla scrittura manuale a quella computerizzata è dunque molto pericoloso. Mi capita quasi tutti i giorni di leggere pezzi per chitarra che il compositore ha copiato da sé al computer, con esito spesso mediocre, ma ancora più spesso abominevole, massacrando inconsapevolmente le regole e soggiacendo ai famigerati default, quelle impostazioni generiche presenti nei software, le quali vanno ovviamente messe a punto e rettificate per ogni singolo lavoro, così come si accordano gli strumenti in ogni occasione in cui si deve suonare. Come si può imparare le regole dell’antica incisoria musicale e, con quelle, destreggiarsi con criterio nell’uso del software preferito? Questa è una domanda a cui non so rispondere. Mi sembra però che sarebbe ragionevole da parte degli autori che preparano da sé le loro edizioni, farsi correggere le bozze da un esperto incisore. Non posso certo suggerire a tutti di fare quello che ho fatto io, cioé mettere con le spalle al muro uno dei rari esempi sopravvissuti di questa gloriosa categoria, e farsi istruire. Questo però lo dovrebbe fare il conservatorio di Stato. Uno come Salvatore Siragusa, io lo metterei in cattedra a vita, e manderei da lui a imparare l’arte della scrittura musicale tutti i padreterni della musica. Per chitarra e non.

 

 

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