|
Il paradiso in terra
di Angelo Gilardino
La storia concede talvolta all'umanità oasi di pace e di bellezza: si pensi alla Parigi degli impressionisti. Uno di questi miracoli ebbe luogo a Granada, dagli inizi del secolo, e durò fino all'inizio della guerra civile nel 1936. Poi, il male si sarebbe preso la sua rivincita, inscenando nella splendente città andalusa una rappresentazione della morte efferatamente sanguinosa. Granada, negli anni Dieci e Venti, era uno scrigno dell'arte. Non solo l'intelligenza locale – che vantava nomi insigni – ma anche quella importata e quella di passaggio, vi brillavano in una comunità senza uguali in Europa. Segovia vi ebbe il suo battesimo artistico. Lorca era del luogo, e vi sarebbe assurdamente tornato a morire. De Falla era di Cadice, ma volle abitare a Granada, ai margini dei giardini del Generalife, che aveva celebrato nella sua musica forse prima ancora di averne respirato la brezza. L'elenco dei nomi di primo piano della cultura, dell'arte e della politica che fecero parte di quel milieu è impressionante, e non meno impressionante è il ritrovare molti di quei nomi nelle liste dei fucilati del 1936.
Granadino purosangue era Angel Barrios (1882-1964). Era figlio di Antonio Barrios, detto El Polinario, figura strabiliante, un oste che, nella sua taverna, accoglieva artisti e intellettuali, e discuteva con loro di pittura e di musica. Santiago Rusiñol, il grande pittore catalano che amava i giardini di Granada, aveva il suo alloggio sopra la taverna, e Manuel de Falla – che non era tipo da osterie – ci andava spesso, solo per ascoltare El Polinario, che era uno dei pochissimi superstiti del cante jondo, capace di intonare le terze e le seste neutre, cioè gli intervalli microtonali, accompagnandosi con la chitarra. Suo figlio Angel ne ereditò la cultura e il gusto: imparò a suonare la chitarra, il violino, il pianoforte, poi se ne andò a Madrid, dove studiò composizione con Conrado del Campo, e a Parigi, dove completò la sua formazione con André Gédalge. Intanto, aveva fondato il Trio Iberia, un originale insieme di chitarra, liuto e bandurria, che eseguiva un repertorio misto, arrivando fino a trascrivere alcuni brani di Debussy.
Rientrato a Granada, Barrios vi trovò una sistemazione anche per de Falla, che andò ad abitare in una graziosa carmen nella quale sarebbe rimasto fino al suo espatrio in Argentina. Sicuramente, fu Angel Barrios – e non altri – il mentore chitarristico che assistette de Falla nella composizione dell'Homenaje. A Granada, Barrios avrebbe scritto le sue zarzuelas e la sua musica sinfonica. Nel mentre, continuava a suonare la chitarra, alla quale riservava quel lato della sua ispirazione irresistibilmente attratto dalla musica popolare, ma non si decideva a comporre per lo strumento che prediligeva. Forse, si sentiva inibito dalla pagina sublime dettata nel 1920 da don Manuel.
Disintegrato l'eden granadino, Barrios si trasferisce a Madrid. Si ritrova cieco, e le immagini di Granada diventano per lui ancora più pure e lontane. Allora, si decide: chiama il suo allievo chitarrista José Corrales e incomincia a dettargli la musica per chitarra che non aveva trovato la forza di scrivere prima. A questa dettatura, che dev'essere stata laboriosa e frenetica, Barrios dedica gli ultimi anni della sua vita, una vecchiaia dolce e inerme. Le Ediciones Musicales Madrid pubblicano nel 1964, alquanto dimessamente, una quarantina di pezzi separati. Fatico a trovarli, e ci riesco solo grazie a un musicologo madrileno, perché la casa editrice si trasforma e le pubblicazioni non sono più reperibili. Ne scrivo nel mio libro di storia della chitarra, sottolineando la peculiarità dello stile e reclamando più attenzione a favore del musicista.
Adesso, l'editrice madrilena Opera Tres presenta tutto il lascito chitarristico di Angel Barrios in un dignitosissimo recupero: due volumi curati dal chitarrista Gabriel Estarellas, che – sempre per Opera Tres – ha anche inciso in due CD i quarantaquattro pezzi. È un'operazione meritevole, che si raccomanda per la sua completezza (i due volumi contengono anche la ristampa in facsimile delle vecchie edizioni), per la qualità dello scritto introduttivo di Javier Suarez-Pajares e soprattutto per la magnifica interpretazione che Estarellas, grazie alla la sua sonorità elastica e possente e alla sua tecnica pulitissima, offre, si direbbe con felicità.
Angel Barrios non è de Falla, ma attenzione, la sua musica è solo apparentemente facile: il suo folclorismo romantico è in realtà una mimesi, la sua innocenza è frutto di elaborazione, la sua semplicità è il risultato della ricercatezza. Si tratta di un'operazione poetica gratuita e struggente: prossimo alla morte, il cantore cieco che non vedrà più la terra-madre, ne rincorre le apparizioni nei vicoli coloriti della memoria. I suoi fascinosi titoli granadini (Flor Granadina, Rosario de la aurora, Pregón de las flores, Estrellita marinera, Arroyos de la Alhambra, Voces infantiles en el Albaicín, El Cortijo del aire...) sembrano tratti da un libro di poesie, e la sua evocazione della città d'oro andalusa assomiglia a quella dei poeti dell'Islam che, cacciati dai re cristiani, rimpiangevano dai confini del deserto, nelle immagini di Granada, quello che in realtà non avevano mai visto né abitato: il paradiso in terra.
|