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La ragazza che nacque con Segovia
di Angelo Gilardino
Nello stesso anno (1893) in cui Linares, cittadina andalusa, dava i natali ad Andrés Segovia, a Napoli veniva alla luce Teresa de Rogatis. Quello che ora sappiamo di lei ci induce a pensare che avrebbe potuto benissimo affiancare il grande maestro spagnolo nel far risorgere la chitarra dal suo lungo letargo romantico. Non fu così perché la de Rogatis era una donna, e alle donne la carriera di chitarrista era, a quei tempi, preclusa. Per la verità, le fu sbarrato il passo anche verso altre strade: alla fine dei suoi studi al Conservatorio di san Pietro a Majella, dove si era diplomata nella classe di pianoforte di Florestano Rossomandi e nella classe di composizione di de Nardis (una chitarrista, badate bene: anche oggi, novant’anni dopo, è un caso rarissimo), la giovane musicista dimostrò candidamente di saper dirigere con autorità l’orchestra del Conservatorio: apriti cielo, i suoi stessi maestri – che pure la stimavano – insorsero proclamando che mettere cento professori d’orchestra agli ordini di una donna sarebbe stato uno scandalo (e Napoli passava per essere una città tollerante).
La ragazza ripiegò allora su un’attività concertistica che, a quanto ci risulta, non ha uguali nella storia della musica: i suoi récital erano per metà di pianoforte e per metà di chitarra. Non è fuori luogo domandarci quale potesse essere il livello della chitarrista che si sentiva in grado di mantenere, nella seconda parte dei suoi programmi, la qualità musicale e tecnica di una pianista della bella scuola thalberghiana di Napoli, e quali paragoni ne potessero conseguire con il tono medio delle esecuzioni dei chitarristi di allora. Nemmeno quella singolare carriera, però, era destinata a proseguire. Troppe difficoltà. Al Cairo, dov’era andata a dare un concerto, la de Rogatis incontrò Paolo Feninger, uomo d’affari svizzero. Si sposarono subito, e lei si ritirò dai concerti dedicandosi alla famiglia e all’insegnamento (del pianoforte e della chitarra), senza fare troppe storie. Quando al Conservatorio del Cairo si aprì la sua classe di chitarra, si ebbero settecento domande.
Rientrò a Napoli, vedova e sola, dopo che la rivoluzione nasseriana l’aveva costretta ad andarsene precipitosamente, lasciando in Egitto tutto quello che aveva. A metà degli anni Sessanta, già anziana, ricominciò umilmente da capo, dando lezioni private per sostentarsi. Cercai di richiamare l’attenzione dei chitarristi italiani su di lei, e scrissi una recensione per il suo Metodo appena stampato da Curci: ma ai pensieri di un giovane si presta orecchio come alle speranze di un vecchio. Anzi, qualche “maestro” italiano si risentì per tanto entusiasmo: in epoca di facili accaparramenti di cattedre in conservatorio, un diploma di pianoforte e uno di composizione mettevano paura. Finì tutto lì? No, perché io avevo solo rimandato il mio progetto a tempi più favorevoli: alcuni anni fa, non più giovane – e non più ignorato – convinsi le Edizioni Bèrben a pubblicare le migliori composizioni per chitarra della de Rogatis, e fu quel che si dice un grande successo. Lei era morta da tempo, ma certi atti riparatori vanno oltre i confini della vita di chi ha subito ingiustizie e discriminazioni.
La casa discografica Niccolò di Avellino ha appena pubblicato un cd con una bella scelta delle musiche per chitarra di Teresa de Rogatis: la Sonatina in quattro tempi, il Balletto – i suoi lavori più importanti – e alcuni brani d’impressione, quali Soirée Madrilène, L’oasi incantata, Fuochi fatui, e altri. È chiarissimo che l’autrice non ha nulla a che vedere con i suoi contemporanei chitarristi-compositori e che la sua opera va collocata accanto a quelle dei compositori italiani della sua generazione: Castelnuovo-Tedesco in primis. Tutto ciò risulta chiaramente dall’ascolto del cd inciso da Clara Campese: sono contento che questa onorevole responsabilità se la sia assunta lei, la bravissima e bellissima Clara, intanto perché suona davvero bene, con una sonorità ampia ed elastica e con un fraseggio indulgente, pieno di rubato e di inflessioni, e poi perché Clara è napoletana come Teresa, ed è stata allieva di Stefano Aruta, l’unico chitarrista, tra quanti ne istruì la de Rogatis al suo rientro in Italia, che si sia dedicato professionalmente alla musica.
C’è quindi, in questo disco, una sorta di continuazione di una storia musicale di famiglia, qualcosa di assolutamente unico: ho ascoltato recentemente, a bocca aperta, una registrazione casalinga della de Rogatis ottuagenaria, che suona con nonchalance alcuni suoi pezzi conversando con il figlio Mario. Quel modo di suonare ritorna nel disco della Campese, pur filtrato da una diversa personalità. Il mondo della chitarra non è sempre e soltanto piccolo, meschino e prevedibile. A volte offre piacevoli sorprese: eccone una.
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