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I meriti di Yepes
di Angelo Gilardino

Narciso Yepes, scomparso il 2 maggio 1997 a Murcia, in Spagna, rimarrà nella storia della chitarra per meriti che hanno poco o nulla a che fare con i motivi della sua celebrità. Nella sua formazione – sostanzialmente di autodidatta – fu tanto intraprendente da esporsi all’influsso di validissimi musicisti che si aspettavano da un chitarrista prestazioni superiori a quelle abituali. Vicente Asencio, il compositore valenciano che si era preso a cuore la formazione musicale del giovane Yepes, un giorno gli sparò al pianoforte una scala di note doppie a una velocità alla quale un chitarrista stentava ad arrivare con note singole. Yepes obiettò che la chitarra non poteva compiere quel prodigio, e Asencio chiuse il pianoforte rispondendogli: “Allora, cambia strumento”. Un mese dopo, Yepes era pronto a eseguire le scale per terze alla velocità richiesta dal suo mentore, con una diteggiatura della mano destra che si era inventato. Mi disse che molto gli avevano insegnato Walter Gieseking e Nadia Boulanger. Con maestri di quel calibro, sembra contradditorio definire Yepes un autodidatta: il suo autodidattismo intuitivo consistette nel convertire in campo chitarristico insegnamenti che gli venivano impartiti senza alcuna attinenza alla chitarra. Alcuni lo celebrano come l’autore della musica del film Jeux interdits del regista francese René Clément (1952) e come l’inventore della chitarra a dieci corde. Nella delicata colonna sonora di Jeux interdits, Yepes adoperò una Sarabanda e una Bourrée di Robert de Visée, un Minuetto di Jean Philippe Rameau, la canzone catalana El testament d’Amelia e quella che sarebbe diventata universalmente nota con il titolo dello stesso film: una Romanza in mi minore, che Yepes non aveva né composto né adattato alla chitarra. Il brano, come lo suonava Yepes, era stato pubblicato nel 1930 da Daniel Fortea, nel 1940 da Vicente Gomez (che l’aveva impiegato nel film Sangue e arena, anche se in una forma diversa), e da un certo Manuel de Rovira intorno al 1950. Yepes lo diede alle stampe nel 1953, sull’onda del grande successo del film. Ricerche recentissime, condotte dal chitarrista Francisco Herrera, fanno risalire la paternità della Romanza addirittura a Fernando Sor. Quanto a quello che Segovia chiamava ironicamente el guitarrón, il libro intitolato Méthode complète/pour le/Decacorde/Nouvelle Guitare, fu pubblicato a Parigi da Ferdinando Carulli un secolo e mezzo prima dell’“invenzione” di Yepes, e la lista dei maestri ottocenteschi che suonavano con corde supplementari – da Mertz a Jiménez Manjon – è lunghissima. Altri, e molto più rilevanti, sono i meriti di Yepes. Fu li a dare il bacio di Circe al Concierto de Aranjuez. Quando lo prese in mano, era un lavoro giacente da quasi vent’anni, e non sarebbero certo valse le esecuzioni del suo dedicatario, Regino Sainz de la Maza, a metterlo in luce. Yepes ne intuì l’enorme potenziale ed ebbe la saggezza di affidarsi ai consigli e alla bacchetta del grande Ataulfo Argenta: la loro prima incisione discografica degli anni Cinquanta è ancora ineguagliata nella sua fresca e vivace eleganza. Il successo commerciale e la celebrità derivategli da Giochi proibiti e da Aranjuez non distolsero il chitarrista dal suo encomiabile impegno verso pagine più alte e non altrettanto appetitose: alla presenza stimolante di Yepes dobbiamo l’ispirazione che fu all’origine della musica per chitarra di Maurice Ohana, il cui formidabile concerto per chitarra e orchestra (Tres gráficos) venne accettato dalla Deutsche Grammophon grazie alla straordinaria forza di persuasione del chitarrista. In quel lavoro di Ohana, risaltano al massimo le caratteristiche di Yepes: suono caldo e profondo, esecuzione asciutta, scattante, severa. È, a mio giudizio, il miglior disco di Yepes, ed è comunque un disco da storia della chitarra. Da ricordare anche un recital che include un’altra pagina scritta per lui: l’onirica, a tratti delirante cadenza di Bruno Maderna ispirata a una lirica di Garcia Lorca (Y después). Sul piano personale, ricordo Yepes come una persona autenticamente umile e buona. Si definiva un contadino baciato dalla fortuna. A me, sembrava soprattutto un artista animato da una incredibile energia e da una fede assoluta in ciò che faceva: un uomo semplice, pervaso da una volontà indomabile e da un senso religioso del suo far musica come predestinazione decretata dall’Alto. Lo incontrai per l’ultima volta nel maggio del 1994 a Sanremo. Era venuto perché gli era stato conferito un premio alla carriera. La malattia l’aveva già segnato, ma il suo animo e il suo comportamento erano sereni come sempre. Svolse le sue mansioni di presidente della giuria di un concorso con grande intelligenza (con lui, in giuria, non c’erano mai problemi). Poi la sofferenza lo vinse e se ne dovette andare senza poter ricevere il premio. In un disco di canzoni spagnole per voce e chitarra, Teresa Berganza lascia alcune strofe della canzone popolare spagnola Los mozos de Monleon alla recitazione di Yepes: “Permita Dios, si lo encuentras/que te traigan en un carro...”. La voce è senza età, da ragazzo trepidante e, insieme, da vecchio saggio. È la voce di un uomo che non ha mai fatto nulla senza averci totalmente creduto e senza aver prima – come lui stesso diceva – alzato gli occhi al cielo. Per uomini come lui, la vita è un principio e la morte tutto può essere, meno che una fine.

 

 

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