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E adesso cerco un agente
di Filippo Michelangeli
«Un tempo c’erano meno concorsi di oggi e davano più lustro ai vincitori – dice Giulio – adesso bisogna vincerne tanti e contare sopratutto sulle proprie forze». E di gare per musicisti Tampalini, bresciano, 25 anni, se ne intende. Ne ha vinte un numero impressionante. Ha iniziato a soli 17 anni sbancando al Festival di Lagonegro, poi è stata la volta del Concorso di Sanremo, quindi quello di Savona, il "De Bonis" Cosenza, il "Segovia" di Granada e, pochi giorni fa, ha trionfato anche al massacrante Torneo internazionale di musica di Roma.
Nonostante sia ancora molto giovane Giulio Tampalini ha già smesso i panni del virtuoso, per indossare quelli a lui più congeniali dell’interprete. Luigi Fait ha detto di lui: «Mi ha colpito il suo profondo, elegantissimo, direi aristocratico intuito agogico e dinamico. Il suo fraseggio è ricreato sempre con equilibratissima drammaticità. Il suono è controllato nella sua affascinante bellezza».
Come ti sei avvicinato alla musica?
Ho iniziato a suonare a nove anni chitarra prendendo lezioni private dal compositore Antonio Giacometti. Poi mi sono iscritto al conservatorio della mia città con Gianluigi Fia con il quale ho studiato per cinque anni. Dal 1987 ho proseguito con Marco De Santi fino al 1994 che mi ha portato al diploma. Nel mio curriculum non posso dimenticare i preziosi consigli di Angelo Gilardino che mi ha seguito all'Accademia di Biella.
Sta per essere pubblicato il tuo primo CD per la Antes, che cosa conterrà?
Una panoramica del repertorio chitarristico italiano del Novecento. A partire dagli autori storici, Ghidini con lo Studio da concerto, Castelnuovo Tedesco con le Variazioni attraverso i secoli, la Sequenza di Berio, e nuovi lavori di Vittorio Vinay, Irlando Danieli, Federico Dell'Agnese e Raffaele Cacciola. Il disco dovrebbe uscire dopo l'estate in occasione del Concorso "De Bonis" di Cosenza che è l'ente che mi procurato il contratto.
Quanto è importante lo strumento per il musicista?
Molto. Io suono da un paio d'anni una chitarra di René Baarslag, un olandese trapiantato a Granada. Ha il piano armonico in abete e vale circa 6 milioni. Tuttavia ho anche altre chitarre: una Ramirez 664, una Mario Garrone e una Renato Barone. Da uno strumento mi aspetto che ricalchi fedelmente la personalità dell'esecutore. Per quanto riguarda le corde uso Savarez alliance.
Che cosa farai da grande?
Vorrei distinguere i due aspetti: la professione e la vita privata. Sto studiando da solista e sono molto ottimista. So che per noi musicisti la realtà è dura, ma cerco di lavorare bene e credo che alla fine la qualità verrà premiata. Posso lanciare un appello?
Certo.
Cerco un agente, una persona che mi aiuti a suonare di più e che mi faccia crescere professionalmente.
La chitarra è ancora uno strumento a parte?
Sinceramente sì. Parlando con tutti gli altri musicisti c'è ancora la sensazione di non essere considerati al loro livello. Il pregiudizio che vede il nostro strumento soltanto come un oggetto del folclore spagnolo è ancora duro a morire. Qualche colpa è anche dei chitarristi, c'è gente che esegue sempre lo stesso repertorio senza preoccuparsi di seguire la vera qualità musicale.
Per chitarra non hanno scritto grandi compositori come Mozart o Beethoven; che cosa ne pensi?
Non ne faccio un dramma. Credo che ci siano moltissime opere originali per chitarra di grande valore e di sicuro impatto anche sul pubblico.
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