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Raffinate miniature
di Angelo Gilardino
Un concertista che ha raggiunto la fama universale, che è considerato addirittura l'iniziatore di una nuova era nella storia del suo strumento, che è seguito da un interminabile stuolo di devoti, può nutrire dei rimpianti? Andrés Segovia – lo testimonia inequivocabilmente chi gli stava vicino – accusava talvolta la sua gloria di pontefice massimo della chitarra, e il carico di responsabilità e di impegni che ne derivavano, di aver divorato la sua ispirazione di compositore. I suoi contemporanei, meno felicemente celebrati (Barrios, Llobet, Pujol e tanti altri), non erano assillati dalle società dei concerti, e potevano appartarsi per mesi a rincorrere i loro estri compositivi: nessuno li avrebbe richiamati ai doveri del palcoscenico. Lui invece le sue stagioni concertistiche le doveva programmare con anni di anticipo, e non aveva tempo di curarsi di altro che non fosse la preparazione dei programmi che doveva suonare e incidere. Se è sorprendente che abbia potuto occuparsi della revisione e della diteggiatura di un buon numero di pezzi scritti per lui dai compositori che gli andavano a genio, a cominciare dal prediletto Manuel Ponce, è quasi incredibile che abbia trovato l'energia e il tempo di comporre. È chiaro che si trattava di rispondere a un'esigenza interiore, non certo di soddisfare un capriccio o di rincorrere altra gloria: i suoi pezzi, Segovia li degnò anzi di scarsa attenzione, a volte regalandoli agli amici, o dimenticandosi della loro esistenza.
Gli inediti stanno per uscire per le Edizioni Bèrben, con una prefazione di Eliot Fisk e a cura di chi scrive. L'opera di Segovia che, tra qualche mese, desterà maggior interesse e sorpresa nel mondo è una raccolta di ventitre Canciones populares de distintos paises. Lui, che si era posto come programma artistico l'affrancamento della chitarra da ogni retaggio popolaresco, aveva pazientemente raccolto e selezionato melodie di diversissima provenienza – da quelle francesi a quelle russe, passando per i paesi scandinavi, l'Inghilterra, la Scozia, l'Irlanda, la Finlandia, la Serbia, la Croazia, la Polonia eccetera – e poi le aveva armonizzate e adattate alla chitarra. Perché?
Il manoscritto è datato "Maggio 1941", da Montevideo (dove Segovia abitò durante gli anni del conflitto). Destinato a quello che era allora l'editore per eccellenza di Segovia – B. Schott di Magonza – non fu pubblicato: immaginare perché è più facile che dirlo. La gloriosa casa editrice tedesca non aveva nulla a che fare con il nazismo, ma in quest'opera di Segovia c'è un'implicazione sottile, che l'editore può aver colto e anche apprezzato, ma non pienamente condiviso. Si nota infatti l'assenza, nella raccolta, di canzoni popolari tedesche e italiane. Si può supporre che nessuna canzone tedesca o italiana potesse aver interessato Segovia? No di certo: queste esclusioni, poste in relazione con la data dell'opera, lasciano, invece, trasparire, a mio giudizio, la sua volontà di non celebrare in alcun modo, nella sua musica, quelle nazioni che avevano appiccato il fuoco alla seconda guerra mondiale. Guerra cominciata, per lui, nel 1936, quando fece appena in tempo a scappare da Barcellona, su una nave diretta a Genova, abbandonando la sua casa, dopo pochi giorni oggetto di un vero e proprio saccheggio. In quella circostanza, che per la storia della chitarra fu una vera catastrofe, andarono perduti manoscritti di composizioni di cui oggi possiamo conoscere soltanto il titolo: ad esempio, un brano di Cyril Scott e addirittura, io temo, una suite di Zoltán Kodály.
Queste canzoni popolari ci dicono, del musicista e dell'uomo di cultura, parecchie cose. Trattandosi dell'opera di un virtuoso, ci si potrebbe aspettare un saggio di bravura. Segovia, invece, adopera la chitarra con esemplare severità: l'armonizzazione, ben assestata tra tonalità e modalità, è squisitamente, ma non narcisisticamente, chitarristica, ed è indenne da ogni tentazione celebrativa dello strumento. Essa evita da un lato tutto ciò che è comune e prevedibile, dall'altro ogni eccesso di elaborazione . Ma la cosa che mi preme sottolineare è un'altra: viene da pensare, leggendo la raccolta, a una sorta di invocazione che, per mezzo di un linguaggio umile e possente al tempo stesso, il chitarrista-compositore rivolge alle nazioni della vecchia Europa e alla Santa Russia, perché ritrovino nella loro tradizione la forza di superare un momento terribile della loro storia. La chitarra è parte viva di tutte queste culture, e Segovia è il più grande tra i maestri della chitarra: come de Falla e Garcia Lorca – suoi amici – e si nutre di quell'andalucismo universal che, profondamente radicato nella storia della sua terra, è anche cittadinanza mondiale, cultura senza barriere e misura cosmica.
I documenti che i primi, veri studiosi dei Segovia – l'inglese Graham Wade e lo spagnolo Alberto Poveda, autori di voluminose biografie – stanno per pubblicare, ci riveleranno sicuramente, insieme a molti fatti sconosciuti, la vera immagine dell'uomo, finora coperta dall'agiografia e dalla mitologia. Io non riesco ad associare metaforicamente le notizie alle bombe, ma sono convinto che, tra quello che di Segovia c'è da sapere e scoprire, si cela qualcosa che, svelato, avrà la potenza dell'agnizione. Su un altro piano conoscitivo, anche queste raffinatissime ed innocenti miniature offrono un racconto rivelatore: spesso la misconoscenza offende proprio la storia di coloro che, in vita, sono stati illuminati dalle luci della ribalta.
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