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Castelnuovo torna in paradiso
di Angelo Gilardino
11 marzo-3 giugno 1962: meno di tre mesi occorsero a Mario Castelnuovo-Tedesco per ideare e comporre il ciclo di ventiquattro Preludi e ventiquattro Fughe intitolato Les guitares bien temperées. Se anche immaginassimo il signorile umanista toscano (così lo definì Massimo Mila) al lavoro da mattina a sera nella sua bianca villetta di Beverly Hills, intento a dare generosa risposta all’appello di Ida Presti - che gli aveva chiesto musica per il duo Presti-Lagoya - dovremmo riconoscergli una non comune scorrevolezza di scrittura. Che cosa deve pensare, allora, chi conosce la verità? Castelnuovo-Tedesco passava la sua giornata a dar lezione di composizione, a volte a personaggi come André Previn o Henry Mancini, ma molto più spesso a tipi tatuati che arrivavano in motocicletta dal deserto e che – lui ne era certo – adoravano il serpente piumato, a violinisti straricchi che, in vecchiaia, avevano deciso di studiare armonia e persino a signore hollywoodiane che, per il solo fatto di essere diventate mezze sorde, si erano convinte di reincarnare lo spirito di Beethoven. Sempre meglio, diceva, che tornare in Italia a dirigere un conservatorio. Ebbene, alla composizione lui dedicava due orette serali, e anche quello che viene definito il monumentale ciclo per due chitarre lo scrisse nell’intervallo tra le lezioni, non appena l’ultimo svitato aveva preso cappello, e il telegiornale della sera. Comporre, oltre a essere il suo mestiere, era il suo modo di ritrovare se stesso dopo una giornata trascorsa fra analfabeti, lunatici e megalomani: componeva e si rigenerava, facendo appello tanto all’ispirazione che alla memoria, le quali entrambe, nonostante lo spaesamento, non gli erano mai venute meno.
Les guitares bien temperées fece in tempo a farsi leggere dal duo Presti-Lagoya - che incisero anche il Preludio e la Fuga in Mi maggiore. Scomparsa la Presti, Aldo Bruzzichelli, geniale mercante ed editore fiorentino, chitarrista e amico fraterno del compositore fin dalla gioventù, volle stampare quei quattro quaderni. L’edizione fu un cumulo di errori, di equivoci, di legature di portamento aggiunte chissà perché insieme alla diteggiatura. L’opera divenne una delle tante cattedrali sommerse del repertorio della chitarra, e tale rimase per un quarto di secolo, gettando in un mare di dubbi tutti coloro che si avventuravano a leggerla. Il suo purgatorio è ora terminato. Scomparsi Bruzzichelli e la sua casa editrici, i diritti sono stati acquisiti dalle Edizioni Bèrben e la ripubblicazione de Les guitares bien temperées è in corso, affidata alle cure del duo Fragnito-Matarazzo. I primi due libri sono già disponibili, e un confronto anche rapido tra le due edizioni è sufficiente a far cogliere l’entità del restauro.
Arriva al momento giusto, dunque, l’esecuzione integrale che, dei ventiquattro Preludi e Fughe, hanno realizzato due giovani chitarristi tedeschi, Barbara Gräsle e Frank Armbruster, componenti il Duo Favori, che hanno inciso il ciclo in due CD per la casa discografica Tacet. A parte il nome vagamente jettatorio dell’etichetta, si tratta di un lavoro davvero meritevole. Al momento in cui veniva intrapreso, i due interpreti non avevano a disposizione il testo originale ma, ben guidati dal loro ex-insegnante di Stuttgart, Mario Sicca, se lo sono procurato. Abbiamo quindi un’esecuzione completa basata sull’urtext, e questo ai nostri occhi è già un motivo per spendere una segnalazione.
Aggiungiamo che l’esecuzione è pregevole nella chiarezza, nella precisione e anche nella varietà della dinamica e del colore, e permette di apprezzare tutte le qualità della musica. Non si tratta certo di divinazioni: tutto quello che si ascolta ne Les guitares si è già ascoltato altrove – da Bach a Stravinskij, passando per Beethoven, Schubert, Grieg, Mendelssohn, Albéniz, Falla, e altri ancora – ma è proprio la consapevolezza di voler fare un gustoso pastiche che dobbiamo riconoscere a Castelnuovo-Tedesco, insieme all’arguzia che gli ha permesso di giocare con la forma della Fuga fino a farcela dimenticare. Certo, per un compositore senza travagli come lui, era più facile scrivere per due chitarre che per chitarra sola: meno limitazioni, minori possibilità di sbagliare la disposizione di un accordo o di un passo polifonico, maggior spazio sonoro a disposizione.
Nelle note di presentazione dei CD, Frank Armbruster ricorda il tetro giudizio espresso da Theodor W. Adorno su Castelnuovo-Tedesco nel 1927 quando Walter Gieseking aveva eseguito le Danze del Re David. Nell’occasione, l’aver riconosciuto al compositore di avere molto talento suonava come un’aggravante. Si è lontani, ascoltando oggi Les guitares bien temperées, dal pensare che sia un capolavoro musicale, ma si è ancora più lontani dal comprendere quale sia stata l’utilità di un esercizio ideologico basato su astiosi preconcetti. Scusate, ma a me non smette di venire in mente una domanda sospettosa: certi filosofi sanno distinguere all’ascolto una terza maggiore da un tritono?
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