Suonare News 0 1997 Sei corde
 

Bella musica sulla tavolozza
di Angelo Gilardino

La chitarra sarà stata riabilitata anche dai compositori che, pur senza saperla suonare, le si affezionarano e per essa scrissero magari più che per il familiare pianoforte ma, se così è, occorre sottolineare che si è poi sdebitata con i suoi avvocati musicali, mantenendo vivi nella programmazione concertistica e nella discografia nomi e opere di compositori che solo per aver scritto un concerto, una sonata o anche un pezzo breve per chitarra non sono stati inghiottiti nell'oblio. Alla lista di questi naufraghi salvati dalla chitarra occorrerà aggiungere tra breve il nome di Mario Barbieri, napoletano, nato nel 1888 e morto a Genova nel 1968, città nella quale visse a lungo e del cui liceo musicale – prima che diventasse conservatorio – fu direttore. Non cercate il suo nome nei nuovi dizionari musicali: ne è stato espulso, dopo aver figurato marginalmente in quelli meno recenti. La sua musica sinfonica, vocale, cameristica e organistica non interessa a nessuno, è inedita e giace manoscritta non so dove, forse nella biblioteca del conservatorio genovese. Non intendo aprire sottoscrizioni di passione e crociate di riscatto per la musica di un autore che conosco poco, anche se quel poco mi basta per sapere che era un ottimo musicista. Del resto, compositori come lui, l'Italia musicale ne ha seppelliti a decine. Senonché Barbieri, già avanti negli anni, s'era presa una passione chitarristica: ossia, pare fosse stato toccato sì dalla bellezza del suono della chitarra, ma anche dalla bellezza di una giovane concertista dalla fluente chioma bruna, che bella è ancora oggi, di quella sorta di bellezza che l'età non sciupa, e semmai affina e nobilita. Forse lei non sa che io so: quando, agli inizi degli anni '70, decisi di togliere dal silenzio il ciclo dei sette Preludi per chitarra composti nel 1953 da Mario Barbieri e di darne la prima esecuzione pubblica, non mi accontenatai dell'edizione pubblicata dalla Bèrben, e andai a rovistare negli archivi della casa editrice dove trovai il manoscritto sul cui frontespizio figurava la dedica: a Lolita Tagore. Perché quella dedica scomparve dall'edizione? Perché la medesima fu curata, nel 1959, da Federico Orsolino, invece che dalla dedicataria, la bella chitarrista – allora in Italia molto in auge – parente del grande poeta indiano? La storia è appassionante, ma per raccontarla ci vorrebbe una nuova Pearl S. Buck o un nuovo Somerset Maugham (non li nomino a caso, sono il genere di scrittore adatto al genere di racconto). È chiaro che non accennerei alla storia di quello che – mi pare chiaro – fu un grande amore non corrisposto, se in essa non si fosse originata la bellissima musica per e con chitarra che ha scritto Barbieri, a cominciare dal ciclo La Serra, sette preludi i cui titoli celebrano il nome, la vaghezza e il profumo di altrettanti fiori: Myosotis alpestris, Viola del peniero gigante, Ciclamino di Persia, Orchidea, Gelsomino d'India, Rosa di Gerico, Mimosa pudica sensitiva. Musica autentica, scritta da un sapiente che, pur senza maneggiare la chitarra, ne aveva captato l'anima e imparato i codici arcani come nessun altro compositore della sua epoca: al confronto, la scrittura chitarristica di Ponce è generica, quella di Castelnuovo-Tedesco approsimativa, quella di Torroba naïve. La musica di Barbieri – almeno quella per chitarra che io conosco – fa venire in mente i maestri della pittura ligure tra Ottocento e Novecento, Nomellini o Merello. Come i loro dipinti essa è umile e fervida. Esiste, del piccolo capolavoro chitarristica che è La Serra, anche l'incisione discografica – purtroppo quasi introvabile – di Luigi Biscaldi (1983). Ulteriori ricerche mi hanno fatto ritrovare il manoscritto della riduzione per chitarra e pianoforte di una Suite pittoresca per chitarra e 13 istrumenti, della quale ho rinvenuto anche la partitura completa in fotocopia. Si tratta di una della strumentazioni più lievi, minuziose e squisitamente appropriate che mai siano state disposte attorno a una parte concertante di chitarra. Anche questa Suite si giova di titoli poetici: Alba sui monti, Berceuse, Luci nella notte. Se pensassi a come sono stati orchestrati alcuni famosi concerti per chitarra, il fatto che una composizione di questo valore sia del tutto sconosciuta mi potrebbe indignare: ma indignarsi è una perdita di tempo e non giova alla musica di Barbieri. La farò pubblicare invece, insieme a una nuova edizione de La Serra, e mi adoprerò affinché venga eseguita e incisa, e la sua preziosità diventi evidente a tutti coloro che hanno orecchi. Quando Barbieri componeva questi pezzi, stava probabilmente rivolgendo nell'impegno creativo un suo struggimento terreno, e non sapeva, né s'immaginava, che lavori scritti sull'onda di una sconfitta esistenziale avrebbero, mezzo secolo più tardi, rappresentato la sua opera e mantenuto viva la sua memoria nel mondo della musica: un mondo in cui le ingiustizie sono tali e tante da elidersi infine a vicenda e da generare, come paradosso, una sia pur labile parvenza di verità.

 

 

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