Suonare News 0 1997 Sei corde
 

Quel che manca è la fantasia
di Angelo Gilardino

Le trascrizioni per chitarra: se ne parla molto, se ne disputa ancora più di quanto se ne parli, ma dove sono? Se per trascrizione intendiamo riduzione forzata, costrizione, strangolamento, allora non c’è che da servirsi: i cataloghi delle case editrici ne offrono a migliaia e, di ogni “pezzo celebre”, sono state eseguite svariate impiccagioni. Osservando anche le meno efferatamente colpevoli, è facile constatare che cosa hanno fatto oggi i chitarristi, trascrivendo musiche per “il loro strumento”: hanno copiato le note dall’originale, eliminando quelle che non si potevano suonare, a volte trasponendo quelle che rimanevano in una tonalità più agevole, e le hanno diteggiate. Per giustificare la pochezza di questo compitino da corso di teoria e solfeggio, hanno chiamato in causa le trascrizioni di Busoni da Bach, di Ravel da se stesso e da Musorgskji, o si sono storditi nel piacere di raccontare favole, come quella secondo cui Isaac Albéniz avrebbe detto (quando, dove, a chi, nessuno lo sa né può provarlo) di preferire certi suoi pezzi pianistici nella trascrizione chitarristica che nell’originale: figurarsi, un pianista-compositore del calibro di Albéniz che accetta il taglieggiamento dei suoi pezzi fino a metà delle note scritte, con tempi rallentati, senza pedale, con le ottave che diventano note singole e gli accordi spogliati: scemenze di cui ci si dovrebbe vergognare, sia a farle che a dirle, e ancor più a farle dire all’autore. Non intendo sostenere che non esistano trascrizioni per chitarra decenti: sono quelle delle Sonate di Scarlatti – un’onesta ricollocazione chitarristica delle stesse note dell’originale. Il resto è una pena. Peccati contro le sacre regole della filologia? Tutto il contrario: si tratta di una spaventosa mancanza di immaginazione, di fantasia, di stile e di tecnica compositiva. Invece di limitarsi a nominare Busoni quale paravento, perché i chitarristi non hanno esaminato accuratamente le sue trascrizioni da Bach? Si sarebbero resi conto che erano elogi della musica bachiana celebrati in un ambito pianistico proprio e grandioso, senza nessun timore di scostarsi dall’originale: dunque vere e proprie invenzioni pianistiche. Quando mai un chitarrista è stato capace di concepire una simile impresa? È molto più facile accanirsi in dispute sulla corretta esecuzione dei trilli nelle musiche per liuto di Bach che inventare qualcosa! Da decenni, ci si scontra con la resistenza che il repertorio della chitarra barocca oppone all’esecuzione con la chitarra moderna. Si sono accumulate ipotesi sull’accordatura della chitarra di Roncalli – la terza corda era semplice o doppia? – ma nessuno ha mai detto: adesso riscrivo la musica di Roncalli sulla chitarra moderna infischiandomene dell’accordatura originale, adopero l’idioma imparato nei successivi tre secoli per inventare una nuova realizzazione della Passacaglia, piena libera, scapricciata: la chitarra esacorde non sarà un’orchestra d’archi, e il modello di Respighi non potrà essere preso alla lettera, ma almeno un po’ di slancio, di curiosità sperimentale, di coraggio, avrebbe dovuto ispirarlo, ai signori chitarristi-trascrittori. Invece nulla: talché, i Capricci armonici del conte bergamasco, le suites de Visée, le danze di Gaspar Sanz, restano murate nella loro claustrazione, da cui soltanto rari virtuosi di chitarra barocca le possono sciogliere: le traslitterazioni pubblicate dai chitarristi-filologi non servono infatti a nulla, perché l’intavolatura non è il copto o il norreno, chiunque può leggerla facilmente e, agli effetti dell’esecuzione, i testi trasferiti in notazione mensurale non costituiscono altro che una base rozza e approssimativa, tutta da interpretare. La fantasia che i chitarristi-trascrittori non hanno mai spiegato nelle loro opere la adoperano per inventare giudizi codini e persecuzioni inquisitorie da parte di non si sa bene quali difensori della filologia: ma che c’entrano i filologi con le trascrizioni? Quando mai se ne sono occupati? Semmai, sarebbero i compositori a dover dire qualcosa sull’argomento: e lo direbbero – come faccio io qui e ora – sconsolatamente: le trascrizioni per chitarra fanno pena non perché offendono qualche ortodossia, ma solo perché sono povere, bigotte, ottuse e senza scopo. Qualche eccezione? Fernando Sor che trascrive Mozart, Mauro Giuliani che trascrive Rossini, Johann Kaspar Mertz che trascrive Schubert e Verdi. Erano inizi promettenti. Poi, invece, è andata male: almeno diciamolo, e lasciamo stare Busoni, Respighi e Ravel.

 

 

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