Suonare News 0 2001 Sei corde
 

Malinconia di un tramonto
di Angelo Gilardino

Aleggere le lambiccate dediche delle opere antiche, può venire in mente che i compositori e i trattatisti fossero esageratamente servili. Le capriole verbali che Gaspar Sanz inscena nella dedica della sua grande opera per chitarra a don Giovanni d’Austria si concludono con il bacio delle estremità inferiori del monarca. Noi oggi preferiamo – anche se era un soggetto poco raccomandabile – il nostro Francesco Corbetta, che i re sapeva manovrarseli per gestire a suo vantaggio affari chitarristici e gioco d’azzardo. Ma anche Gaspar Sanz le sue carte le giocava bene. Nato a Calanda intorno al 1645, fu baccelliere in teologia presso l’Università di Salamanca prima di venire a sciaquare i panni musicali in Italia. Chitarrista, compositore, cortigiano, letterato (avrebbe tradotto più tardi in spagnolo L’uomo di lettere di Daniello Bartoli) e sacerdote, riconobbe i suoi maestri in Cristoforo Caresana (a Napoli) e Lelio Colista (a Roma). Aveva l’occhio clinico e, nel passare in rassegna i chitarristi-compositori suoi contemporanei, non esitò a eleggere in Corbetta, anche se un po’ debosciato, el mejor de todos. Dopo l’istruttivo soggiorno italiano, Sanz se ne tornò in Aragona, e a Zaragoza diede alle stampe quella che doveva restare come la più importante opera didattica per chitarra del Seicento: Instrucción de música sobre la guitarra española, pubblicata in tre volumi – e in successive ristampe, per rispondere a quello che fu un grande successo – tra il 1674 e il 1697. Da notare che Sanz incideva da sé le lastre per la stampa: forse, non si fidava degli incisori spagnoli, oppure tirava al risparmio. Di tutte quelle pubblicate nel Seicento l’opera di Gaspar Sanz è la più ricca di istruzioni e di informazioni su quella che oggi si chiama prassi esecutiva, ed è anche piena di bellissima musica. Sanz accordava le due coppie di corde inferiori della chitarra all’ottava superiore, sicché la nota più grave risultava il Sol della coppia centrale. Con tale bizzarra accordatura, che egli dice d’aver appreso a Roma, si dilettava con le sue campanelas, dislocando le note di una linea melodica su corde diverse. La musica contenuta nei tre libri è dotta e insieme popolare: va da qualche sbrigativa fuga alle più svariate danze, sia popolari sia di corte, e il terzo libro è interamente dedicato alle Pasacalles: ne contiene ben tredici. Le danze sono sempre trattate con eleganza leggiadra: ce n’è di tutte le risme, dalla Chacona ai Canarios, dalle Folias al Matachín e, grazie alla cultura cosmopolita dell’autore, compaiono anche danze di origini dichiaratamente non iberiche, come la Jiga al aire inglés e la Zarabanda francesa. Deliziosi i brani mimetici che fanno il verso ad altri strumenti, quali Clarines y trompetas, La cavalleria de Nápoles con dos clarines, Dos trompetas de la reyna de Suecia, Clarines de los mosqueteros del rey de Francia. Non mancano nemmeno pezzi di carattere quali La garzona, La coquina francesa, La esfachata de Napoles, sulla cui ispirazione, evidentemente laica, il sacerdote Gaspar Sanz, altrove ricco di informazioni, mantiene un comprensibile riserbo. Parlo volentieri di questa originale figura del Barocco spagnolo perché recentemente le canadesi Éditions Doberman-Yppan hanno pubblicato in un bel volume, intitolato The Complete Guitar Works of Gaspar Sanz, quella che io reputo la miglior trascrizione in notazione mensurale finora realizzata. Ne è autore Robert Strizich, chitarrista e musicologo statunitense, già noto per l’ottimo lavoro che aveva compiuto con le musiche di Robert de Visée. Strizich ha optato per una soluzione che a me pare ragionevolissima: ha considerato la chitarra di Sanz come se fosse stata accordata normalmente, cioè con la quarta e con la quinta coppia a bordoni, e ha dato campo all’accordatura rientrante solo per i passi di campanelas: in questo modo, ha assicurato alla musica un solido fondamento nel basso, e non ha rinunciato agli effetti che caratterizzano la musica dell’autore. Inoltre, supponendo realisticamente che il volume debba essere utilizzato dai chitarristi di oggi, ha anche aggiunto la sesta corda della chitarra moderna nelle situazioni accordali in cui sarebbe stato più difficile ometterla che includerla. Naturalmente, l’apparato musicologico che accompagna la trascrizione è impeccabile e la presentazione grafica eccellente. Possiamo così mettere agevolmente sul leggio, senza timori di incorrere in infrazioni sacrileghe, musica che altrimenti potremmo guardare solo da lontano, perdendoci questo suono insieme gaio e melanconico. Sì perché, diversamente dai vihuelisti del secolo precedente, Sanz è anche incline alla melanconia: quando componeva, non era più il tempo di Carlo V, e sull’impero spagnolo il sole tramontava, eccome!

 

 

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