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Quelle ombre nella notte
di Angelo Gilardino
“The Great Pianists of The 20th Century”: questo è il titolo del regaluccio di cui i signori del pianoforte si sono gratificati per addolcire la malinconia del distacco dal secolo. Una silloge contenente qualcosa come 200 CD, messi insieme raccogliendo fior da fiore nei cataloghi di tutte le più importanti case discografiche del mondo. Chi per settimane nuota a volonterose bracciate in tale oceano di musica stordisce l’amaro ricordo del salasso a cui ha sottoposto le proprie tasche per comperarsi questa portaerei. Il glorioso convito aduna gli spiriti magni dei trapassati, da Backhaus a Benedetti Michelangeli, da Rubinstein a Katchen, da Lipatti a Gould, e le formidabili presenze dei viventi, da Brendel a Pollini, dalla Argerich al giovane Kissin (unico prescelto dai curatori tra i molti rigogliosi talenti in fioritura primaverile). Se vi capita di domandarvi come mai non siano stati imbarcati pianisti del calibro di un Dino Ciani, sarete indotti a constatare senza disapprovazione che la falange degli eccelsi era tanto sterminata, da imporre qualche rinuncia vistosa: altrimenti, i CD avrebbero dovuto essere cinquecento, e allora nemmeno i folli come me avrebbero comperato quelli che, teneramente descritti dalla pubblicità come “cofanetti”, sono in realtà scatole capaci di cento CD ciascuna.
La domanda che segue è quasi ovvia: sarebbe stata possibile un’impresa del genere per le incisioni effettuate nel Novecento dai chitarristi? Teori-camente sì. D’altra parte, se le case si sono accordate per varare soltanto il bastimento pianistico, vuol dire che nel caso di ogni altro strumento si trattava, commercialmente, di una partita persa. E va bene. Io però non rinuncio a una chiamata di ombre disperse nella notte, e compilo un programma ideale e autobiografico, appena sufficiente per un solo CD, costituito tutto da incisioni dimenticate (se mai sono state conosciute), contenute in dischi introvabili.
Julio Martinez Oyan-guren, incomincerei proprio da un tuo 78 giri in cui suonavi l’Homenaje di Falla con un’ingenuità pari alla mia, che ti ascoltavo trattenendo il respiro e, anche se non ancora istruito all’analisi musicale, riuscivo a comprendere cose che non avrei mai potuto trovare nei libri. Luigi Mozzani – a Lei, austero maestro dall’aspetto di patriota, non potrei mai dare del tu – la Sua incisione di una pagina intitolata Dolore, suscitava nella mia mente immagini di lente processioni oranti, pellegrini che andavano da non so dove a chissà dove, e pregavano cantando. Da Lei, imparai che la voce della chitarra poteva risuonare con grave e pensosa dolcezza. Mario Parodi, grazie un tuo disco di composizioni ispirate al folclore argentino, avevo finalmente compreso il significato dell’evento definito dalla parola “festa”: uscita dal quotidiano per incontrare il divino, irruzione gioiosa dello spirito degli dei nella sfera dell’umano. Frau Luise Walker, fu nel lieve e delicato prodigio di un Suo disco – con quel Suo suonare un po’ da Sibilla – che ebbi la rivelazione del mondo musicale appartato e sapiente di Guido Santórsola, che io immaginavo come un signore dalla voce flautata e dalla lunga chioma bianca che incorniciava un volto da santo. Supponevo che abitasse in uno sperduto villaggio pampeano e che componesse la sua musica per chitarra nelle ore dell’atardecer, davanti a un cielo di fuoco, nella penombra di una stanza in cui, di lì a poco, si sarebbero accese tenui fiamme di candela. Mai e poi mai avrei supposto che, un giorno, mi avrebbe dedicato i suoi Cuatro Tientos e le sue Piezas Latinoamericanas. Ma le dediche di quel compositore erano idealmente tutte per Lei, gentile Frau Walker: tra voi due correva un dialogo dal quale i giovani erano esclusi. Laurindo Almeida, anche se sapevo che Lei era di casa tra le montagne di cartapesta negli studi hollywoodiani, sempre pronto a offrire un palpito di accordi alle scene sentimentali dei film western, il suono della sua chitarra per me proveniva dalle colline di agavi del Messico o dal deserto Sertao brasiliano. Quando mi giunse il Suo disco con le Danze delle principesse prigioniere di Carlos Pedrell, mi parve che si ripetesse il sortilegio di Sheherazade, che fosse cioè rinato nella mia stanza, sotto specie chitarristica, quello che Thomas Mann chiamava «lo spirito della narrazione».
La memoria di certi chitarristi non può affidarsi ai cataloghi delle multinazionali del disco, presidiate dalle armate pianistiche, e sopravvive alimentandosi nelle passioni semiclandestine. Finirà per nascere un’internazionale segreta di studiosi e cultori che vivono alla macchia, nascondendo porcellane musicali in un mondo dominato dal fragore degli Steinway...
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