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L’eclissi del recensore
di Angelo Gilardino
Quanto influisce, nella carriera di un interprete o di un compositore, la recensione? Matanya Ophee, noto editore americano di musica per chitarra è categorico: assolutamente niente. Nei suoi scaffali, infatti, giacciono intonse le copie di musiche caldamente elogiate dalla critica. Si sono sfogliate invece rapidamente le tirature di opere mai recensite, o addirittura incappate in giudizi avversi. Più o meno lo stesso si constata da parte di chi produce e vende dischi. Che cosa significa tutto ciò? Principalmente una cosa: l'eclisse totale della recensione come espressione d'autorità e di potere.
Forse, c'è stato un tempo in cui la figura del recensore era guardata con rispetto, e il suo responso come un vaticinio. Oggi, le recensioni vengono lette con disincanto persino dai diretti interessati, e non è inverosimile pensare che, in certi casi, siano questi i soli che le leggono. In un hortus conclusus qual è quello della chitarra, è persino troppo facile individuare le trame precostituite che determinano l'orientamento favorevole o contrario di una recensione. A chi importa? A che cosa serve?
Provo a formulare qualche suggerimento. La recensione potrebbe essere innanzitutto concepita, scritta e letta essenzialmente come una performance del recensore stesso. Accertato che a nessuno viene riconosciuto il dominio della verità, rimangono tuttavia pienamente in gioco lo scrivere bene, il saper informare, il risultare simpatici e divertenti, insomma tutto quello che fa della recensione un servizio. Come tale, a sua volta giudicabilissimo. Mi domando talvolta, leggendo recensioni scritte da chi crede di brandire il laticlavio, mentre sa a mala pena tenere in mano la penna, se non si sia smarrito il senso del ridicolo. Tipetti che arrancano nella loro modestissima routine chitarristica – il solito diplomino, qualche concerto qua e là, le lezioni in conservatorio, nella scuola media, a casa propria – improvvisamente danno fuori con la sindrome di un'investitura che li trasforma in giudici: passi ancora per i dischi dei colleghi, ma quale miracolo li trasforma da quel che sono – al massimo, volonterosi decifratori di note, istruiti al lume del corso di teoria e solfeggio e di armonia complementare – in lettori capaci di cogliere e di valutare la forma di una composizione? Che ne sanno, al di là di quello che dice loro la pelle, il più banale gioco del mi piace-non mi piace? Evidentemente, non ne sanno nulla. E allora, se proprio devono scrivere, perché non ammetterlo? Ecco un esempio di recensione onesta:
«Cari lettori, ho avuto dalla rivista il compito per me improbo di leggere una composizione per chitarra che non conosco e di scriverne. L'ho messa sul leggio e dopo reiterati tentativi ho capito che non mi piace molto, ma questa non è una buona ragione perché io debba dirne male, infatti sono tutt'altro che sicuro di averne compreso lo stile, la forma, il carattere e dunque sono ben lontano dal potervi suggerire di considerarla un ottimo pezzo o una nefandezza. Insomma, come diceva Dowland, in darkness do I dwell, e allora penso di far cosa utile informandovi almeno su tutto ciò che non costituisce per me motivo di dubbio: il pezzo s'intitola Accidenti a voi, chitarristi e quindi mi sembra corretto definirlo provocatorio. L'autore è Boris Fracchianov, un musicista bielorusso-malgascio, come tale residente in Italia, che finora non aveva mai composto per chitarra. Anzi, che non aveva composto per niente. Le sue improvvisazioni sul balaquatar, strumento orientale usato nelle cerimonie sataniche, hanno però interessato l'etnomusicologo ispano-calabrese Timbratos Catani, il quale ha incaricato un team di sette assistenti - tutti diplomati in chitarra - di vegliare il musico durante il sonno e la trance, e di tradurre in notazione mensurale tutte le sue manifestazioni sonore. Data l'estrazione musicale dei suddetti assistenti, è stato naturale che la notazione venisse effettuata con scrittura chitarristica. Il titolo è stato desunto da esclamazioni dell'involontario compositore al suo risveglio. La composizione occupa settanta pagine - due delle quali del tutto aleatorie: vi assicuro che sono quelle che ho letto con minor difficoltà - e dura circa ventisette minuti, alla fine dei quali l'unica cosa che mi sento di dirvi è: niente.»
Non sarà illuminante, ma almeno farà capire a molti potenziali acquirenti, che condividono la situazione culturale e musicale del recensore, come i denari per l'acquisto della complessa “partitura” possano essere spesi meglio altrove.
E, alla fine, l'aver risparmiato ai lettori l'avviso che a pagina 7 si trova un passo polifonico “di inusitata pregnanza” (cito Dino Buzzati) guadagnerà al recensore la simpatia di tutti.
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