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La nuova chitarra di Albéniz
di Angelo Gilardino

Isaac Albéniz è uno dei compositori più derubati dai chitarristi, che hanno fatto man bassa di tutto ciò che, nella sua non vastissima opera opera pianistica, è stato possibile trafugare. Non si è salvato del tutto nemmeno il suo capolavoro, il ciclo di dodici pezzi intitolato Iberia che, impervio già per i pianisti, dovrebbe risultare fuori dalla portata anche del chitarrista più folle: ma dove non ne basta uno, si mettono in pariglia, ed ecco Evocación ed El puerto uscire trafelati dalle esecuzioni dei duo di chitarra. La scusa per questi abigeati è che – si dice – Albéniz scriveva sì per pianoforte, avendo però spesso in mente una chitarra. Arturo Benedetti Michelangeli chiarì qual era la chitarra immaginata da Albéniz con un'incisione discografica di Rumores de la caleta che avrebbe dovuto chiudere per sempre la questione: una chitarra metafisica, evocata – non imitata – dal suo miracoloso tocco pianistico, con una gamma di colori da far impallidire qualunque chitarra reale. Miracolo inutile: le fanatiche incursioni dei chitarristi sono continuate senza sosta. Tutto cominciò con Tárrega, che del resto trascrisse anche l'ouverture del Tanhäuser. Il suo allievo Llobet continuò di buona lena. Entrambi conoscevano Albéniz, che li lasciava fare. Che cosa avrebbe potuto dir loro? Di smetterla? Venne poi Segovia, con il suo realismo magico. Egli ripulì le trascrizioni dei suoi due predecessori e, almeno per quanto riguardava le sue esecuzioni, si deve ammettere che, insieme ai molti sacrifici che imponeva al testo pianistico nell'estensione, nelle trame armoniche e nella gamma dinamica, la sua chitarra era capace di dare alla musica di Albéniz un palpito irripetibile. È a lui che si deve l'intuizione di trascrivere il preludio impropriamente titolato Asturias, forse l'unico pezzo di Albéniz che, nel trasvolare alla chitarra, non ci abbia rimesso le penne. Al seguito di queste trascrizioni storiche, ne sono spuntate centinaia a opera di epigoni, imitatori e plagiari, che in sostanza hanno arato il mare: di questa mercanzia, è dignitoso fare un bel falò. Stanco di tutto questo ciarpame, Stanley Yates, chitarrista americano che ho già segnalato per le sue eccellenti trascrizioni delle Suites per violoncello di Bach, ha messo mano all'intero corpus pianistico di Albéniz e ne ha riscritto per chitarra tutto ciò che, al lume della sua intelligenza musicale, poteva aspirare a una seconda vita non troppo simile a una prigionia o a un esilio. Ne è uscito un volume di 26 composizioni giusto ora pubblicate da Mel Bay. Inutile a dirsi, Yates non ha nemmeno sfiorato i quaderni di Iberia, e ha lavorato di fino sia sulle molte pagine già rese famose dai trascrittori spagnoli, sia su altre, la cui scrittura si prestava al genere di operazione che egli aveva in mente, e che fanno la loro comparsa in abito chitarristico per la prima volta. È chiaro che non scriverei di questo lavoro, se non mi avesse colpito l'originalità e la destrezza del chitarrista anglo-americano. Invece di copiare le vecchie trascrizioni, Yates le ha dimenticate. È andato a studiarsi le edizioni d'epoca e ha, non trascritto, ma ricomposto tutto ciò che esteticamente risultava affine alla chitarra. Egli non cerca di eguagliare la completezza e la specificità della scrittura pianistica, e questa scelta è la sua arma vincente, che gli permette di superare di gran lunga gli Albéniz di Tárrega, Llobet e Segovia (degli altri non si parla nemmeno) e di proporre un Albéniz che, se io non non conoscessi queste pagine dall'età della cresima, avrei potuto salutare come il chitarrista-compositore più ispirato, idiomatico ed elegante del primo Novecento. Insomma, al luogo comune secondo cui Albéniz avrebbe pensato alla chitarra, Yates ha fatto seguire la domanda: sì, ma come avrebbe scritto per chitarra? e ha trovato la sua risposta, che tiene gli originali pianistici sullo sfondo e riorganizza tutto il tessuto melodico-armonico, nonché ovviamente le strutture del ritmo, non con la mentalità meschina del riduttore, ma con quella del compositore. È difficile credere che si potesse vedere Asturias in una luce nuova e diversa, ma Yates c'è riuscito, e lo ha fatto con altri venticinque pezzi. Il suo volume contiene anche una magistrale introduzione biografica ed estetica sul compositore che, si viene a sapere, le sparava grosse. Cade la leggenda del suo incontro con Liszt: Albéniz non lo vide mai. Il filosofo James Hillman ci insegna però a comprendere che anche queste bugie hanno un significato e un valore, se dette da un genio, perché le racconta il suo daimon, quando la realtà non gli basta. Insomma, chi inventa, inventa sempre, anche quando scrive il proprio curriculum.

 

 

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