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Per amore non per denaro
di Cecilia Rivers
John Williams ha compiuto 60 anni. Nello spirito è rimasto il ragazzo che seguiva i corsi di Segovia all’ Accademia Chigiana di Siena e sognava un futuro con la chitarra. Per l'ex enfante prodige – a 15 anni il debutto a 17 il primo disco, figlio di un inglese emigrato in Australia – la vita è non guardarsi mai indietro e concentrare tutte le energie al presente. Oggi nell'agenda di lavoro del musicista c’è la promozione dell'ultimo disco, The Magic Box (Sony), ennesima contaminazione tra classica e World music, alla quale l'artista ci ha abituati. Dopo aver inciso tutto il repertorio per chitarra classica, si è dedicato con successo alla musica da film, etnica e al crossover.
L'uscita del disco è l'occasione per parlare di chitarra e politica. Williams ci riceve nella sua casa di Londra, nell’elegante quartiere di Hampstead, tra le zone preferite da attori e intellettuali, dove vive con la moglie. È di buon umore e, da inglese controccorente, invece del solito the, ci offre un caffè bollente.
Maestro, 60 anni, una carriera costellata di successi…
Voglio precisare che non ho voluto alcun tipo di celebrazione ufficiale: nessun concerto, nessun disco commemorativo. Molti artisti lo fanno ma per me è solo marketing. Meglio festeggiare con famiglia e amici. E soprattutto non guardo alla mia vita come a una successione di traguardi raggiunti e superati.
Perché?
Guardo al passato solo se continua nel futuro. Per esempio, tre anni fa ho inciso un disco di Leo Brouwer, poi l’anno scorso sono stato a Cuba, all’Havana, e ora andrò a suonare ad Atene: un concerto di Brouwer diretto dall'autore. Il passato è importante solo se influenza il presente. A volte mi domandano del mio vecchio gruppo, Sky. Per me appartiene alla storia.
E al futuro è interessato?
No, mi interessa solo quello che faccio al momento, come la musica africana del nuovo disco. Probabilmente il prossimo disco solista sarà di musica venezuelana, forse l’anno prossimo.
Ma ci sarà qualcosa che la incuriosisce più di altre…
Sì, lavorare con Ennio Morricone. È un grandissimo compositore. Vorrei fare un disco con le sue musiche. Ho inciso tre sue brani in John Williams Plays the Movies, e la sua musica è meravigliosamente compatibile con la chitarra. Anche se ho l’impressione che in certi suoi pezzi da concerto per questo strumento non ne abbia sfruttato appieno il potenziale lirico, ma si sia concentrato sul lato tecnico e dinamico, non so perché. Forse non ne apprezza appieno l’intera tavolozza.
Vi conoscete?
No, non conosco Morricone personalmente, ma vorrei tanto incontrarlo. Sembra presuntuoso da parte mia: chi sono io per discutere di musica con un maestro così grande. Ma sono sicuro che quando la storia della musica contemporanea verrà scritta, tra un centinaio di anni, tutti ricorderanno le sue melodie, mentre dubito che ci sarà qualcuno che ricorderà un solo lavoro di Pierre Boulez.
Torniamo alla sua evoluzione artistica…
Lo ripeto, non sono il tipo che pensa: “Questi tre dischi della mia carriera sono pietre miliari, insuperate e insuperabili”. Mi basta che quello che faccio possa contribuire alla musica. Se alla fine tutto quello che avrò fatto sarà totalmente dimenticato, ma avrà provocato effetti negli studenti o nello stile musicale, ne sarò felice. E questo non vale solo per me.
In che senso?
Le faccio un esempio, un po’ paradossale: per il pubblico Segovia è stato il più grande chitarrista del ventesimo secolo. Manuel Barrueco, invece, è uno dei tanti chitarristi che ammiro. Bene: negli anni Ottanta ha inciso Albeniz e Granados, che notoriamente appartengono al repertorio di Segovia. Ma queste incisioni di Barrueco sono più affascinanti di quelle di Segovia.
Perché?
Perché Barrueco è arrivato dopo e ha avuto il vantaggio di approfittare dell’esperienza di Segovia, per cui il suo disco per me è migliore di quello di Segovia, ma impensabile senza Segovia. Questi sono i risultati che contano in una carriera musicale. Non è importante che sia Barrueco o Segovia, l’importante è che il risultato sia così meraviglioso.
Ha appena citato Barrueco come uno dei “tanti chitarristi che ammira”. Chi sono gli altri?
Non amo fare nomi, perché gli artisti evolvono, e cambiano anche i miei giudizi. Dipende dal repertorio. Non ho problemi ad affermare che Julian Bream sia fantastico, e che soprattutto nel repertorio di musica “classica”, “da concerto”, in Inghilterra ha fatto per la chitarra molto di più di Segovia. Ma come sempre, gli assoluti sono piuttosto futili. Naturalmente l’approccio musicale di Julian è antitetico al mio. Siamo vecchi amici ma abbiamo idee totalmente diverse su dove debba andare la musica.
Eppure la vostra collaborazione ha creato ottima musica. Quali sarebbero queste differenze?
Non voglio parlare a nome di Julian, ma a giudicare dal suo lavoro, direi che lui è più a suo agio nell’ambito tradizionale della musica classica europea, quella che io chiamo classical contemporary art music, che cerca di essere immortale, eterna. Io non guardo alla musica e alla cultura con questa ambizione. Credo che ci penserà la storia, o Dio, a rendere certa arte immortale, mentre noi esseri umani siamo in continua evoluzione. Parte della crisi nella musica classica occidentale contemporanea è dovuta al fatto che crede di essere speciale e unica…
E invece non lo è…
Non lo è affatto, perché esiste accanto alla musica sudamericana, africana, indiana, cinese. Julian preferisce lavorare all’interno della tradizione, e fa bene, considerando i livelli di eccellenza che raggiunge. Ma il mio gusto musicale tende a focalizzarsi su altri campi e non sono convinto che la musica classica occidentale sia la migliore in assoluto.
Può fare un esempio?
Basta riflettere sull’uso del ritmo. La musica occidentale ha pagato un prezzo quando si è concentrata sul contrappunto e l’armonia a svantaggio delle complessità ritmiche di culture musicali non europee. È lo stesso eurocentrismo ci fa credere che la nostra sia la migliore democrazia, tecnologia, religione, società, eccetera.
Torniamo allo splendido sodalizio artistico fra lei e Juilian Bream. Tornerete a suonare insieme?
Ne avevamo discusso cinque anni fa, e siamo andati molto vicini a organizzare una tournée in Australia, ma abbiamo deciso di no. Eravamo tentati, in nome dei vecchi tempi. Ma siamo così diversi, come i nostri stili, produciamo un suono differente e abbiamo attitudini musicali opposte.
Giravano notizie che Bream non fosse in forma...
Non lo sento da qualche mese, ma so che adesso è in perfetta salute. Non suona moltissimo, ma per scelta. Anzi so che era a Londra qualche settimana fa per il Julian Bream Award alla Royal Academy.
Lei adora la musica di Morricone. Che cosa pensa del suo omonimo John Williams (Star Wars, Indiana Jones, Schindler’s List)?
Ho incontrato il compositore un paio di volte e ho anche inciso il tema di Schindler’s List nel mio disco JW Plays the Movies. Ma il tipo di musica in cui eccelle è troppo epico e non molto compatibile con il lirismo delle sei corde.
Per molti anni ha suonato una Ignacio Fleta, adesso suona su una Greg Smallman. Perché ha cambiato? Quali sono le differenze?
Ho sempre suonato la Fleta, da quando avevo 13 anni. A volte usavo altre marche, per esempio una Martin Fleeson, ma sempre in parallelo alla Fleta e il mio stile era ormai in simbiosi con quel suono.
Poi che cosa è successo?
Verso la fine degli anni Settanta, in Australia, un giovane liutaio chiede la mia opinione su una chitarra. Non era niente di speciale e glielo dissi. “Sì, lo so”, rispose. La cosa mi colpì, perché in genere i liutai non mostrano tutta questa umiltà. “In realtà io non vedo come si potrebbe migliorare il suono che lei produce con la Fleta”, disse il giovane. “Ma se lei potesse migliorare qualcosa, su che cosa punterebbe?”.
Che cosa gli rispose?
Dovetti ammettere che ci sono punti in cui la Fleta non eccelle. Per esempio la corda acuta, troppo dura e sottile, fievole. C’è invece chi non ama i bassi, perché sono molto sonori, e possono risultare sbilanciati, anche se io non sono d’accordo: basta non suonarli troppo forte. Inoltre la Fleta, come la maggioranza delle chitarre spagnole tradizionali, risulta abbastanza tesa e percussiva, che è considerato il tipico suono della chitarra, pizzicato, e il sostenuto che ne risulta è molto più debole dello sforzo del dito che pizzica la corda, tanto che eseguire un bel legato è difficile. Comunque, è questo che spiegai a quel ragazzo. Tre anni dopo si rifece vivo con una chitarra molto migliorata, proprio in quelle caratteristiche. Era così buona che mi misi subito a suonarla, e da allora ho sempre usato le sue.
Quante ne ha?
Al momento quattro, anche se di solito ne tengo un paio: la favorita e una di ricambio. Ma l’estate scorsa Greg me ne ha fatte provare altre due, magnifiche. Di solito le uso per un po’, poi le passo ad altri, ma penso di tenerne una in più, perché voglio adattarla con un amplificatore, per i concerti dal vivo.
E ha abbandonato le Fleta completamente?
Non suono una Fleta da almeno vent’anni.
In Italia tre anni fa usò una Guadagnini. Ha suonato altri strumenti d’epoca da allora?
Ho inciso il concerto di Giuliani su un’altra Guadagnini, in Australia, nient’altro. È stata una bellissima esperienza e sono grato a Carlo Barone per avermi introdotto a questo tipo d’interpretazione. Ho imparato da lui. È insolito poter dire di avere imparato qualcosa di nuovo a uno stadio avanzato della propria carriera. Lo spiego ai miei studenti: in musica non s’impara solo da giovani, ma sempre.
Che tipo di insegnante è?
Non insegno regolarmente e quando mi scrivono chiedendomi lezioni rispondo di no. Però quando sono a Londra, dove vivo dieci mesi l’anno perché non amo viaggiare, visito spesso la Royal Academy of Music (uno dei cinque conservatori di Londra n.d.r.) e magari insegno un paio d’ore, di solito senza preavviso. Ma non mi dedico più a masterclass a livello internazionale. E penso che s’impari meglio in una classe che in una lezione individuale. Se l’insegnante è capace deve agire come un catalizzatore, così che gli studenti imparino gli uni dagli altri, oltre che dall’insegnante. È importante stimolare la discussione, ed è possibile in una classe più che in una lezione privata.
Per cortesia, un altro esempio…
Se in classe uno studente interpreta un brano in modo antitetico al mio, ma lo suona benissimo, gli faccio i miei complimenti e non faccio altri commenti. Se gli altri allievi vengono a chiedermi perché non l’ho corretto, spiego loro che è un’interpretazione perfettamente accettabile. In una lezione privata, non l’avrebbero mai ascoltata.
Lei ha frequentato l’Accademia Chigiana da ragazzo, su invito di Segovia. A che età è consigliabile avviare un bambino alla musica?
Il prima possibile, in questo sono d’accordo con il metodo Suzuki. Non per creare nuovi Mozart, ma perché è giusto che i piccoli siano introdotti al vero ruolo della musica, che è partecipare a una comunità. In Africa tutto, nella vita quotidiana, viene accompagnato dalla musica ed è un peccato che questo in Occidente sia andato perduto. Quindi se un piccolo cerca di fare musica con elastici tesi su una scatola da scarpe o con una lattina, va incoraggiato.
Ha già ricordato che non ama viaggiare. L’ultima volta è stato tre anni fa a Vigevano, ma si dice che abbia rifiutato un invito della Scala. È vero?
Non ricordo, ma è possibile. Non m’interessa fare récital di chitarra classica con cachet alti in grandi sale. Conosco troppi musicisti che sono diventati idioti nevrotici suonando sempre lo stesso programma, in una girandola di metropoli e stanze d’albergo. Io so di quanti soldi ho bisogno, e decido che cosa fare per raggiungere quel budget. Potrei guadagnare dieci volte di più, ma non ne ho bisogno. Nell’ultimo anno ho fatto una dozzina di concerti e non ne ho altri in programma sino alla tournée estiva per promuovere il mio nuovo disco The Magic Box. Perciò preferisco accettare un concerto nella piccola Vigevano dove so che imparerò qualcosa di nuovo, piuttosto che un récital come tanti, anche se alla prestigiosa Scala.
Negli ultimi anni sono state rinvenute nuove composizioni per chitarra, come la Sonata di Antonio José (incisa anche da Bream) e le Variazioni di Ottorino Respighi. Le conosce?
Non le conosco. Il repertorio chitarristico cresce sempre e di sicuro ci sono pezzi interessanti. Tempo fa una giovane chitarrista cinese, Xue Fei (si scriva il nome, perché sono sicuro che andrà lontano), aveva suonato un tango di Roland Dyens, tipico pezzo da bis, e quando commentai che era davvero divertente rimase scioccata dal fatto che non lo conoscessi. In realtà non mi tengo al corrente con il repertorio classico. M’informo, ma non sono ossessionato dall’universo chitarra. A essere onesti, m’interessa di più sapere che cosa scrive Morricone. Il mondo della musica è vasto ma i chitarristi classici spesso si comportano come se avessero il paraocchi, come i cavalli.
Frequenta qualche festival?
Ogni tanto, non spesso, perché li evito come la peste. Ma alcuni sono ottimi, come il Festival di Brouwer all’Havana e quello di Darwin in Australia. Tuttavia non capisco quest’ossessione per un nuovo repertorio. Non ce n’è bisogno, il mondo è pieno di nuova musica, etnica, sudamericana, orientale. Che bisogno c’è di un nuovo brano composto specificamente per la chitarra classica?
Parliamo delle sue composizioni…
Ho scritto qualcosa per divertimento. Credo di avere un modesto talento, penso di essere un esperto arrangiatore per la chitarra e un ragionevole orchestratore, ma non sono un professionista. Se devo orchestrare qualcosa ci metto tre settimane, contro le tre ore di chi è del mestiere. È un hobby, ma ammetto di aver scritto, vent’anni fa, la colonna sonora per un film australiano con l’attrice hollywoodiana Lee Remick, Emma’s War. Un altro brano è la Aeolian Suite, che ha avuto un certo successo, e che ho inciso nell’album The Guitarist del 1998. Infine, ho scritto un paio di pezzi per The Magic Box. Ma non potrei mai a scrivere qualcosa per chitarra solista da suonare in récital.
Le è mai venuta la tentazione di dirigere un’orchestra?
Oh, no! Sono sempre i pianisti e i violinisti a farlo, perché sono stanchi del loro repertorio e della vita del concertista. I chitarristi non hanno, o non dovrebbero avere questo problema, perché culturalmente il repertorio per le corde pizzicate è infinito. In Africa la chitarra è lo strumento più diffuso in assoluto. E poi penso che in generale i direttori d’orchestra siano inutili: li guardi, che egotismo, che istrioni.
Lei dice che la chitarra è popolare in Africa. Ma non è uno strumento tipicamente europeo?
La chitarra fu importata in Africa nel XV secolo dai portoghesi, ancora prima che la portassero in Sud America, ma ovviamente allora era uno strumento diverso, più piccolo, con quattro, cinque corde. Ma a differenza del Sud America, l’Africa aveva già un ricco patrimonio di strumenti a corde pizzicate: arpe, liuti, zither, violini a due corde, la kora, il balafon, molti di origine egiziana e araba. Negli ultimi due secoli, con la crescita delle comunicazioni, i due tipi di musica, occidentale e indigena, si sono influenzati a vicenda. Francis Bebey, uno dei collaboratori del disco, ha studiato la chitarra classica negli anni Trenta, perché nel suo villaggio in Camerun aveva sentito Segovia suonare sul giradischi, che è poi la “scatola magica” del mio ultimo disco. Bebey dice che oggi la chitarra è il più importante strumento nel continente nero.
Di tutte le varianti di strumenti a corde pizzicate, quale le è più congeniale, dopo la chitarra classica?
Scarterei gli strumenti elettrici, perché non si può ottenere colore e dinamica. Ho una certa affinità con la chitarra acustica a corde d’acciaio del blues, jazz e folk. È uno strumento bellissimo. La chitarra flamenco invece non usa gli stessi colori e sfumature, perché è forte e percussiva.
Lei parla con affetto dell’Havana, ha partecipato a concerti a sostegno di Cuba. Si occupa di politica?
Vengo da una famiglia di socialisti all’antica e sono sempre stato coinvolto. Quest’anno però alle elezioni probabilmente non voterò per i Laburisti ma per i Verdi, perché questo governo inglese, cosiddetto di sinistra, mi ha molto deluso: un disastro per la sanità, l’istruzione, i trasporti pubblici e l’Europa. Gli inglesi sono antieuropeisti e in quattro anni Blair non ha fatto niente per cambiare questo stato di cose.
Musica classica e televisione: la televisione inglese ha trasmesso un documentario su di lei nel 1993 (il video The Seville Concert è disponibile sul sito www.amazon.co.uk n.d.r.). Che cosa pensa della tv?
È la benvenuta. Purtroppo oggi danno poco spazio alla musica in televisione, spesso la relegano su un piccolo canale, a notte alta. In questo tutto il mondo è paese. C’è stato un esperimento alla Bbc, in cui trasmettevano i Preludi e le Fughe di Bach, uno alla volta, in programmi di dieci minuti: ottima idea, la gente li ascolta mentre aspetta il programma successivo. E si gode un po’ di musica.
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