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Il manoscritto ritrovato
di Angelo Gilardino
“Si riteneva che Scott, compositore, poeta e filosofo, avesse scritto un’opera per Segovia, una voce che tuttavia non trovava credito presso la maggior parte dei chitarristi. Ma l’indomito Appleby la pensava diversamente e restava possibilista. Se mai fosse venuto alla luce, il manoscritto avrebbe potuto arricchire il repertorio di Julian e rafforzare la tesi di Henry sull’esistenza di una tradizione inglese di compositori di brani per chitarra…Incoraggiato da questa prospettiva, Appleby si mise alla ricerca del misterioso brano…Il manoscritto non fu mai trovato”. Così scrive Stuart W. Button nella sua biografia su Julian Bream, recentemente tradotta in italiano e pubblicata da Nuove Edizioni.
Linares è la cittadina andalusa che, nel 1893, diede i natali a Segovia,. La casa dove il maestro nacque è situata nel centro storico e commerciale: ora sovrastrutturata, è la sede di una banca, e ostenta, nella facciata, una lapide che ricorda l’evento: ma Linares aveva dedicato a Segovia un monumento quand’egli era ancora vivo e vegeto! A poche centinaia di metri dalla casa avita, sorge il palazzo de los Orozco, una costruzione del barocco spagnolo che, grazie a un accorto recupero, è divenuta la sede della Fondazione-Museo Segovia. Le carte che egli teneva nel suo studio di Madrid (un attico in Avenida Concha Espina) erano state trasportate a Linares, dove attesero parecchi anni prima di poter essere collocate nell’archivio della Fondazione: quando giunsero qui, la casa de los Orozco era avvolta dai ponteggi e invasa dai lavoratori delle varie imprese. I documenti rimasero dunque, insieme alle chitarre di Segovia (Torres, Hauser, Fleta, Ramirez), in una sede provvisoria, la casa della Croce Rossa. Due anni fa, l’inaugurazione del restaurato palazzo. E ora, nel Museo, la signora Emilia, moglie di Segovia, e Alberto Lopez Poveda, amico del cuore del grande chitarrista, stanno sovrintendendo all’archiviazione di tutti i volumi della biblioteca, in cui primeggiano testi di filosofia e di letteratura, e dell’immenso epistolario: Segovia corrispondeva con capi di stato, principi della chiesa, filosofi, artisti. Lo studio delle carte musicali è invece toccato a me, secondo una disposizione misteriosa che mi raggiunse nel 1997, e alla quale ho prestato obbedienza incondizionata, senza pormi domande.
È nota la storia, raccontata dallo stesso Segovia in una lettera a Ponce, della precipitosa partenza da Barcellona, nel 1936, quando il levantamiento dei militari segnò l’inizio della guerra civile. Segovia dovette fuggire per evitare l’arresto da parte delle squadracce e abbandonò la sua casa, poi spogliata di ogni cosa. Le sue angosciate richieste a Ponce, di riscrivergli i brani perduti in quei giorni oscuri, non lasciavano speranze di ritrovare i pezzi degli anni Venti e Trenta, quelli che gli scrivevano i compositori francesi e spagnoli abbagliati dalla rivelazione della chitarra, gli epigoni di Debussy. E “Debussy d’Inghilterra” era chiamato Cyril Scott. Il suo brano, dice Domingo Prat, s’intitolava Rêverie, ma Segovia, in una lettera a Ponce, parla invece di una Sonatina. Contrariamente alle mie attese, i brani degli anni Venti saltano invece fuori uno dopo l’altro: Arregui, de Breville, Collet, Martelli, Moulaert, Pedrell, Salazar, il padre Donostia, Cassadó; si risale persino al 1919, con una Canço en el mar di Jaime Pahissa. La storia della chitarra della prima metà del Novecento è da riscrivere, ed è evidente che, per quanto rapido e imprevisto possa essere stato il suo commiato da Barcellona, Segovia non ha perso, dei testi musicali, quasi nulla. L’uomo conservava tutto, persino i manoscritti dei compositori dilettanti che gli si rivolgevano con formule dedicatorie pateticamente devozionali. Ma anche dei compositori noti e cari a Segovia affiorano testi sconosciuti: ecco una Sonata-Fantasia di Moreno-Torroba, mai vista. E un lotto di composizioni dell’affezionato Sacha (Alexandre Tansman), tra le quali brilla una suite di Invenzioni composte in omaggio a Bach! E una insperata Canción y Danza di Federico Mompou. E Hans Haug. E – incredibile – un giovane Lennox Berkeley che, probabilmente negli anni del suo perfezionamento parigino con Nadia Boulanger, consegna con trepidazione al Señor Andrés Segovia il manoscritto di quattro pezzi ispanizzanti: non era dunque la Sonatina il suo primo lavoro per chitarra!
La Sonatina di Cyril Scott è l’ultima a uscir fuori dal mare di vecchie carte. L’emozione è tale da far tremare le mani. Basta lasciar correre lo sguardo sulle pagine per coglierne la poesia: c’è sì l’atmosfera del sogno, ma anche la danza invasata e fremente. Bella, bellissima musica: presto rientrerà nel repertorio, la suoneranno in cento, mille concerti. Siamo sempre più ricchi. Grazie Cyril Scott, grazie Andrés Segovia!
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