Suonare News 0 1998 Sei corde
 

La scomparsa di Antonio Ruiz-Pipò
di Angelo Gilardino

Se n’è andato Antonio Ruiz-Pipò, compositore assai noto tra i chitarristi. La sua musica per e con chitarra era stata tenuta a battesimo da Narciso Yepes. La moira che li aveva accomunati in vita li ha chiamati al di là nello stesso anno, e nessuno dei due era vecchio: Yepes era del 1928, Ruiz-Pipò del 1934. In un’epoca in cui i chitarristi amano esaltare il pedigree del “loro strumento” enumerando orgogliosamente i nomi dei grandi musicisti che, in questo secolo, hanno composto pezzi per chitarra – e non tutti questi grandi hanno scritto grandi pezzi – non sarà male ricordare che lunga è la lista dei compositori che, non grandi ma dignitosissimi, che hanno ottenuto una loro, se pur circoscritta, fama, proprio grazie alle loro composizioni per chitarra, là dove i loro brani orchestrali, cameristici e pianistici giacevano nel buio più fitto. Forse, non è nemmeno inverosimile attribuire alla vitalità della memoria chitarristica un potere che, mantenendo in luce il nome di un compositore altrimenti dimenticato, ha poi indotto direttori e pianisti a recuperare pagine perlomeno piacevoli: è fuori luogo supporre che il confortante ricordo della musica di Castelnuovo-Tedesco nei cataloghi discografici (Perlman, Ciccolini) abbia a che vedere con l’ininterrotta propaganda che i chitarristi hanno svolto a favore del maestro fiorentino e della sua opera? Antonio Ruiz-Pipò era uno degli autori non chitarristi divenuti famosi grazie alla chitarra : Santórsola, Dodgson, Smith Brindle e tanti altri gli tengono compagnia nel novero di quei musicisti che si sono perfettamente ambientati nel mondo delle sei corde, pur senza darsi la pena di imparare a suonare lo strumento. Tra i tanti, Ruiz-Pipò ha tratti culturali e stilistici del tutto personali. Egli veniva dall’Andalucia (era nato a Granada) e si rivelò improvvisamente negli anni Sessanta con una divertente, popolaresca, superficiale Canción y danza n. 1: risultò poi che aveva scritto quel pezzo quando aveva diciassette anni. O, forse, l’aveva scritto dopo, ma con una voluta semplificazione che, secondo un calcolo, l’avrebbe reso ben accetto ai chitarristi più famosi: così fu. Altri hanno provato, a scrivere pezzi per la platea, e non sono approdati a nulla. Successivamente, nelle altre tre canzoni e danze, nella suite Estancias, nei Preludios, nel brano intitolato Tiento por Tiento, nella Nenia, nei Cantos a la noche per voce e chitarra, rivelò il suo vero volto, che ricordiamo con stima e con simpatia. E insieme alle sue composizioni per chitarra, ricordiamo le sue esecuzioni pianistiche, soprattutto del ciclo di Isaac Albéniz intitolato Iberia, di cui egli fu, insieme ad Alicia de Larrocha, uno dei pochi interpreti “integrali”: non era un virtuoso, ma la sua visione musicale gli permetteva un’esecuzione acuta, preziosa, sapida. Era un discendente di de Falla. Lo era nel più francese dei modi (non per nulla si trasferì e visse a Parigi), cioè con distacco e persino con una certa ironia il che lo aiutò a temperare l’irruenta sanguigna, viscerale vocazione a concepire la musica come un’eterna contrapposizione tra il libero, talvolta delirante oscillare del melisma intessuto sul più arcaico dei fonemi (quell’ay! che risuona all’inizio di ogni strofa del cante jondo, lamento esistenziale che introduce e riassume ogni storia umana) e il serrato scalpicciare della danza, che allevia il male di vivere ed esorcizza la morte. Tutta lì, in fondo, la sua musica, anche se immersa nel lavacro di una cultura europea che, ai tempi di Falla e di Picasso, non si era vergognata del suo colossale debito con il primitivismo. Proprio per questo suo fervore pagano, la musica per chitarra di Ruiz-Pipò mi è sempre parsa autentica, meritevole, suadente nella sua claustrazione, nella sua mancanza di aperture e sviluppi. In una direzione affine alla sua, ma con vigore e originalità ben maggiori, si era mosso un decennio prima di lui Maurice Ohana, e comprensibile fu la decisione di Narciso Yepes, di accomunarli in un disco DG contenente il contenente il Concerto “Tres gráficos” scritto da Ohana negli anni Cinquanta e “Tablas” di Ruiz-Pipò: questo accostamento fu ispirato alla volontà di proporre al mondo musicale europeo, sedotto dall’ideologia post-weberiana, un altro mondo, quello della musica colta ispirata al cante, dopo i balletti e le Noches di Falla . Scelta motivata e culturalmente impeccabile, fece però naufragare il brano del compositore più giovane in un confronto schiacciante: il concerto di Ohana è un capolavoro, il lavoro di Pipò un tentativo non sorretto da un respiro, da un’immaginazione sufficientemente vasta. La Canción y danza n. 2, invece, con il suo vago, allusivo cantare e con la sua rimbombante, primigenia fierezza, sembra venire dal paradiso sepolto di Atlantide.

 

 

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