Suonare News 0 1998 Sei corde
 

Silenzio, scimmie ammaestrate!
di Angelo Gilardino

“L'ombra di un uomo è storia", dice il filosofo R.W. Emerson. Un artista in carne ed ossa, assai più che la sua ombra, porta dunque con sé i segni della vita che ha vissuto, il marchio delle opere che ha creato: tutto ciò continua a essere in lui, appare evidente e subito riconoscibile, come un'aura che circondi tutta la sua persona. Sordo e cieco, qualcuno non se ne accorge: almeno tacesse. Invece, commenta, scrive, sentenzia. Trovo abietto e idiota il comportamento di una categoria di persone, i cui campioni abitano gagliardamente il mondo della chitarra. Sono i chitarristucoli che girano per concerti alla perenne ricerca di motivi per impiantare le loro critiche piene di un astio precostituito e generalizzato, ai quali non par vero di potersi imbattere in una serata nera di un artista famoso: l'occasione di dar sfogo alla loro turpe malizia trova nell'errore tecnico, nel vuoto di memoria, nella défaillance fisica del grande, un insperato terreno di sfogo, e ho dovuto talvolta frenarmi per non regalare, al meschinello di turno, le cui parole risuonano sempre alte, l'immeritata ricompensa di una battuta. Per questi figuri, infatti, anche essere zittiti è un premio: li si prende comunque in considerazione. Loro bersaglio preferito è il chitarrista britannico Julian Bream. Se, come dicono i filosofi, l'uomo è storia, allora la storia della chitarra ha in lui una delle sue incarnazioni più possenti. È stato lui, fin da giovane, a sciogliere la chitarra dal legame imbarazzante con la musica spagnola a ispirazione popolare – musica che egli peraltro ha continuato a suonare con slancio e passione – rivelandola a musicisti fino allora lontanissimi, per primo Berkeley, poi Dodgson, fino al prodigio del Nocturnal di Britten, che senza Bream non sarebbe mai stato scritto: un capolavoro che ha mutato lo status della chitarra nella storia della musica. Gioverà ricordare che, quando Bream diede la prima esecuzione del Nocturnal, e ne curò la pubblicazione, aveva poco più di trent'anni. La sua incisione discografica del brano ha fatto testo per tre decenni almeno, e non ha certo smesso di essere un riferimento imprescindibile per chiunque voglia accostarsi al pezzo. La lista delle composizioni che Bream ha non solo richiesto agli autori, ma anche meritato e onorato, con la musicalità fervente del suo fraseggio, con il suo suono limpido e toccante, con la drammaticità della sua dinamica e la ricchezza della sua tavolozza timbrica, è impressionante: le due Sonate che formano il ciclo Royal Winter Music di Henze, la Sonata di Tippett, le Five Bagatelles di Walton, i Five Impromptus, la Sonata e il Concerto di Bennett, il Concerto di Berkeley e decine di altri pezzi di cui è stato l'ispiratore, l'editor, il primo, e spesso unico, interprete. Ascoltare un suo concerto significa entrare in contatto con un mondo di cui la sua chitarra è stata il medium, una voce originalissima per un patrimonio musicale che ha dato allo strumento – dopo il risveglio operato da Segovia – dignità, prestigio, valore. Tutto ciò non è svanito nell'etere: è di Bream, gli appartiene, abita in lui, e quello che egli fa affonda le radici in un terreno che lui stesso ha creato. Sul piano di una verifica analitica delle sue singole scelte interpretative si può essere consenzienti oppure no, ma questo non può mutare l'apprezzamento per la sua tempra artistica e per la sua vigorosissima autenticità. Da qualche tempo, la brillantezza delle esecuzioni, la precisione meccanica, l'aplomb di Bream sembrano offuscati? Posto che sia un processo irreversibile, e che non si tratti soltanto di un momento di stanchezza, a me non importa proprio niente: la sua spiritualità, la sua forza immaginativa e la straordinaria intensità dell'espressione non hanno patito alcuna perdita, anzi, mi sembra che il tempo renda questo musicista sempre più consapevole dell'essenza della musica che interpreta, e sempre più immediato nella sua rivelazione. Nel meno felice dei suoi concerti c'è sempre un momento magico che ripaga le imprecisioni, un flash che illumina genialmente tutto un brano. D'altronde, esecuzioni meccanicamente impeccabili, e irrimediabilmente vuote, si possono sentire a dozzine, in qualunque aula di qualunque conservatorio e in tutti i concorsini paesani. Sono proprio loro, le scimmie ammaestrate nel suonare la chitarra, e i loro professori, che hanno soprassalti di gioia quando Bream prende una nota falsa: a loro non accade mai (o quasi), dunque sono più bravi (pensano), e certamente diverranno famosi come e più di lui (nella circoscrizione dove abitano)... Mi accade a volte di pensare che i più agguerriti nemici della chitarra non siano i direttori artistici ignoranti, gli organizzatori altezzosi, i critici prevenuti: loro, almeno, improvvisano, e se riguardo alla chitarra dicono scempiaggini, queste sono fresche e gratuite, non coltivate per anni nelle aule dei conservatori, a spese dello stato.

 

 

Copyright © Michelangeli Editore - Tutti i diritti riservati.