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Il capolavoro di Fabio Grasso
di Angelo Gilardino
Nel 1996 un giovane musicista vercellese ha vinto un concorso internazionale di composizione bandito a Buenos Aires per celebrare la memoria di Alberto Ginastera. La notizia è stata taciuta dalla stampa musicale italiana, oppure confinata in spazi remoti: misteri dell'informazione. Io ho avuto la ventura di leggere tale notizia, solo perché, nella città dove il compositore è nato e abita, Vercelli, sono nato e abito anch'io: un quotidiano ha perciò riportato, beninteso nella pagina locale (in quella nazionale appaiono le notizie riguardanti i grandi musicisti di Sanremo), l'eco dell'avvenimento intitolandolo su ben due colonne.
Conosco Fabio Grasso da quando aveva sette o otto anni, e si presentava nei saggi di pianoforte della locale scuola di musica eseguendo impeccabilmente a memoria una Sonata di Mozart, un Improvviso di Schubert, una Mazurka di Chopin. Fin da allora, manifestava le sue attitudini alla composizione: il suo saggio scolastico si concludeva con qualche piccolo pezzo che egli era capace di mettere insieme sull'onda delle sue letture dei classici. La sua serietà quasi imbronciata rivelava un netto rifiuto delle tenerezze che si dispensano agli enfants prodige. Tra l'altro, se la cavava con la stessa disinvoltura anche nelle materie scolastiche, e avrebbe potuto eccellere anche nella filosofia, nella fisica o nella matematica.
Gli studi pianistici, terminati presto e bene, gli hanno permesso di mettere a fuoco le sue scelte di repertorio, che puntano dritto alle pagine più altamente speculative, ma soprattutto lo hanno stimolato a proseguire la sua preparazione.
Il corso di composizione di Sandro Gorli, presso il Conservatorio di Milano, gli ha aperto un accesso diretto alla musica contemporanea e, per un giovane musicista che suona a memoria la Hammerklavier di Beethoven e decine di altre opere massime del repertorio pianistico, che ha una innata predisposizione al comporre, e che non vede alcun rischio per la sua ispirazione musicale nell'analizzare minuziosamente le opere, questo corso è stato il mezzo più valido per delineare un profilo artistico ben individuato: Fabio Grasso è un eccellente pianista che conosce a fondo il repertorio, da Clementi a Stockhausen, ed è un compositore dotatissimo, tecnicamente ben preparato, che spazia molto al di là del suo strumento.
Se ne sono accorti i giudici del concorso bonoarense, che gli hanno assegnato la palma della vittoria nel concorso Ginastera. Il brano con cui Grasso ha ottenuto questo riconoscimento è una sorta di Concerto per chitarra e orchestra, intitolato Katoptroeidés. Ne parlo con un po' di faziosità: nello stesso anno (1996) Vercelli ha visto nascere due concerti per chitarra e orchestra, il suo e il mio, e mi sembra che il fatto, in una città di provincia, non sia del tutto normale. L'associazione concertistica vercellese che si occupa a fondo della chitarra (è intitolata a Niccolò Paganini) ha nutrito il lodevole proposito di programmare le due composizioni nella stessa serata, ma poi ha dovuto rinunciare al pezzo di Grasso: l'organico orchestrale è talmente ricco e vario, e la partitura così complessa, da comportare un costo insostenibile per una piccola società. Le grandi, come si sa, sono in tutt'altre faccende affaccendate. A dire il vero, anche gli stessi organizzatori del concorso Ginastera hanno dovuto sudare sette camicie per mettere in piedi la prima esecuzione del pezzo di Grasso: essa ha però avuto luogo nella sede più prestigiosa, il Teatro Colón di Buenos Aires, la sera del 24 novembre 1997, con l'Orchestra Filarmonica Nazionale diretta da Bruno D'Astoli. Sulla sedia bollente, il chitarrista Marcelo Galliano. Ho atteso a scrivere queste righe, perché volevo ascoltare la registrazione della "prima".
È un bellissimo lavoro, che adopera i soli della chitarra come esposizioni di idee, spunti, suggerimenti, e l'orchestra, trattata con sottigliezza cameristica, per elaborare gli elementi dei soli in fantasiose proiezioni sonore, in cui la superficie coloristica occulta solide tracciature strutturali: a un assiduo frequentatore della partiture debussiane, qual è Grasso, la lezione dell'apparente libertà del flusso musicale non è certo sfuggita. Si tratta di flussi ben governati…Forse, sullo sfondo più remoto del concerto, vi sono alcuni elementi della Sonata per chitarra dello stesso Ginastera, ma il riconoscerli è arduo.
Sembra che un grande editore americano abbia messo gli occhi sull'opera e, io mi auguro, anche sul compositore: non è per una sterile revanche sui silenzi della stampa musicale italiana che io spero di vedere la musica di Grasso – non solo il concerto per chitarra – nei cartelloni dei festival dedicati agli autori contemporanei. Quelli veri.
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