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La leggenda di Mimita
di Angelo Gilardino

All'alba del 4 giugno, in un convento vicino a Tarragona, in Spagna, Maria Luisa Anido, grande chitarrista argentina, l'ultima erede dell'arte di Francisco Tárrega, è passata alla quiete eterna all'età di ottantanove anni. Una morte lieve e improvvisa l'ha colta all'inizio di quella che doveva essere una normale giornata di lavoro. L'hanno trovata in ginocchio. La dolcezza di questo transitus animae è degna di chi ha speso la vita terrena nell'umile e tenace esplicazione del proprio talento, nell'incrollabile difesa della propria innocente dignità di fronte agli orrori del mondo e nell'accettazione della povertà materiale, conseguenza della scelta di estraniarsi da tutte le forme di vanità e potere. Per comprendere chi era Maria Luisa Anido, basterà sapere che – riverita in Argentina come gloria nazionale e dalla nascita residente nella sua casa di Buenos Aires – all'avvento del potere militare nel suo paese si presentò alle massime autorità e, dichiarando che non avrebbe mai avallato con il suo silenzio l'operato delle squadre della morte, se ne venne via con una valigia e una chitarra, lasciando alle spalle tutto il passato e tutti i suoi averi. Da allora non ebbe più una vera casa: i suoi amici ed estimatori la sistemarono in varie residenze, in Spagna, a Cuba, in Italia, ma lei non si volle radicare più in nessun luogo, e non recitò mai la parte dell'esule. Non solo non chiese nulla a nessuno, ma giunse a rifiutare, con irremovibile gentilezza, le sollecitudini che, facilitandole la sopravvivenza materiale, avrebbero nociuto a quella libertà di spirito in cui ella riconosceva il valore più importante della vita. Vano persino il tentativo di indurla a far riconoscere agli editori delle sue poche e squisite composizioni, colti da smemoratezza, i diritti d'autore che sacrosantemente le spettavano. Visse, dal suo arrivo in Spagna, tenendo concerti, impartendo lezioni e coltivando, qua e là nel mondo, rare e preziose amicizie, nelle quali versava la sua signorile confidenza, sempre condita da un'allegria invincibile, in lei compagna delle virtù principali, e ravvivata da un'incredibile freschezza mentale. Chi pensa che gli innocenti sono anche dei deboli avrebbe dovuto conoscere ‘Mimita’ Anido, grande chitarrista, sì, ma soprattutto anima di diamante, uno di quei personaggi dostojevskiani – Miskin, Alioscia Karamazov – totalmente schierati nel campo della bontà e del candore, letteralmente ignari di ogni forma di malvagità, d'invidia, di hybris e provvisti di una forza indicibile. Nata a Buenos Aires il 26 gennaio 1907, fu in tenerissima età allieva del padre chitarrista che animava la vita musicale argentina svolgendo anche mansioni di impresario – e poi di Josefina Robledo, di Domingo Prat e di Miguel Llobet (con il quale costituì un duo chitarristico eccezionale) e fu capace di passare attraverso la deleteria, caricaturale esperienza dell'enfant prodige senza nulla perdere della sua spontaneità. Suonò in tutto il mondo e della sua generazione fu indubbiamente la chitarrista più valida. Attraverso i suoi maestri, la Anido giunse a contatto con i dettami di quella escuela Tárrega di cui lei – che non aveva mai potuto incontrare il maestro – finì per diventare l'estrema incarnazione negli anni del secondo dopoguerra, quando tutti gli allievi del caposcuola erano scomparsi. Non si trattava, nel suo caso, soltanto di un'eredità tecnico-estetica, ma anche di una sorta di profonda affinità. A nessuna persona sensibile sfugge quella che si può definire quasi una trasmigrazione spirituale: al vacillare della fiamma di Tárrega, corrisponde, sull'altra riva dell'oceano, l'accendersi del lumicino della Anido. Ella ereditò, del maestro, ben oltre la condotta strumentale e un gusto musicale, un sentimento esatto e profondo dell'arte della chitarra come forma di vita: suonare equivale a essere, essere significa dar gloria al creatore facendo musica, senza curarsi della fama, del successo, del denaro, degli onori di questo mondo. Uno stesso destino accomuna questi, che senza tema d'iperbole io chiamo i santi della chitarra: e vedo, nell'umiltà naturale con cui Mimita (giunta a Barcellona dalla sua Buenos Aires lasciata senz'ombra di esitazione, perché divenuta luogo del male) dà lezioni di chitarra in un retrobottega, il compiersi di un miracolo di ispirazione artistica e di saggezza, il riaffermarsi di una antica verità, che attraversa tutte le culture – da quella greca a quella cristiana: il bello è anche buono, il buono è anche bello. Mimita, a te nessuna società dei concerti ha corrisposto cachet roboanti, nessuna università ha conferito lauree ad honorem, nessun compositore ha dedicato opere insigni (e, se pure l'avesse fatto, non te ne saresti mai adornata: ricordo quando ti chiedevo notizie di quella bellissima elegia, e tu non sapevi nemmeno che fosse stata scritta per te, e ti meravigliavi che io la conoscessi), e la notizia della tua morte mi è arrivata non dai giornali o dalla televisione, ma dalla telefonata di un amico: ebbene, io riconosco e indico, proprio nelle cose che testimoniano la tua povertà in questo mondo, i segni più alti della tua vera gloria e di quella incancellabile leggenda che s'incide là dove la spugna non giunge.

 

 

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