Suonare News 0 1998 Sei corde
 

Meno male che c’è l’Urtext
di Angelo Gilardino

Fino al 1970 circa, le musiche per chitarra scritte da autori che non suonavano lo strumento giunsero alla pubblicazione attraverso un filtro: quello del chitarrista intitolato alla loro revisione strumentale. Segovia, Scheit, Bream, apposero il loro sigillo magistrale su pagine che, immaginate per la chitarra ma non sperimentate sulle corde e sulla tastiera, potevano opporre all’esecutore passaggi ineseguibili, o troppo difficili, o di scarso effetto sonoro. Dopo la revisione di un maestro, le composizioni risultavano non banalmente facilitate, ma scorrevoli e proprie, come se fossero state scritte da un chitarrista (a parte i loro valori musicali). Anch’io ho revisionato in questo modo alcune pagine per chitarra, discutendole nota per nota con i rispettivi autori, i quali collaboravano volentieri. Quando però, nel 1969, dovetti curare la pubblicazione dei 24 Caprichos de Goya di Mario Castelnuovo-Tedesco, scomparso l’anno prima, presi una decisione drasticamente diversa, che avrebbe introdotto nell’editoria chitarristica un nuovo stile: pubblicai l’Urtext e aggiunsi, in forma di ossia, le mie proposte di aggiustamento di molti passaggi inaccessibili o troppo ardui. Immaginatevi quali difficoltà doveva incontrare uno sbarbatello di editor che pretendeva di cambiare una procedura affermata da maestri del calibro di Segovia e di Bream, e che per giunta, con la sua innovazione, aumentava sensibilmente i costi a carico dell’editoria. Ma tanto fece che l’ebbe vinta, e il nuovo stile accontentò tutti: i chitarristi che aspiravano a revisionare individualmente i testi, secondo il proprio gusto e le proprie capacità, e i normali lettori, che avevano comunque a disposizione la musica pronta per la lettura. Questo criterio fu adottato per parecchie altre importanti composizioni, fino alla Sonata para guitarra di Antonio José, di cui, nel 1990, volli pubblicare addirittura il facsimile del manoscritto, allo scopo di mettere ogni lettore nella stessa condizione in cui mi ero ritrovato io quando l’avevo ricevuto. Ciò nonostante, può esserci qualcuno che, al riguardo, trova ancora qualcosa da ridire? Ebbene sì. Un Frank Bungarten, che ha inciso i 24 Caprichos de Goya e la Sonata di José fa sapere acribiosamente, nelle note da lui stesso firmate, che non ha seguito le soluzioni proposte dal revisore (troppo facili, per lui), e che è rimasto fedele al testo originale. Leggendo le sue note senza disporre dell’edizione, si può benissimo credere che un revisore farfallino abbia sforbiciato irresponsabilmente il testo e che, per fortuna dei chitarristi sommamente dotati e coscienziosi come lui, qualcun altro, abbia posto riparo a tanto guasto, pubblicando anche l’Urtext: sì, perché il purista scrive in modo da non rivelare che il revisore spensierato e colui che ha preso la decisione di stampare anche l’Urtext sono la stessa persona,e che i due testi, quello originale e quello revisionato, scorrono parallelamente nelle stesse pagine. Tantomeno riconosce che solo grazie a una presa di posizione di questa stessa persona, la quale trent’anni fa impose all’editoria chitarristica un oneroso cambiamento, i tipi come lui oggi possono servirsi di Urtext che, nel caso delle revisioni di Segovia, di Scheit e di Bream sono invece inaccessibili (lamenta qualcosa, il purista, a questo riguardo? stranamente, no). Poiché le note illustrative che accompagnano un CD normalmente si leggono mentre lo si ascolta, o poco prima, un interprete geniale, che sta per avvincervi con la sua musicalità e con la sua bravura, non dovrebbe aver bisogno, per farsi apprezzare, di mettere le mani avanti, e di far sapere ai suoi ascoltatori che lui adopera un testo “puro”: perché tanta acribia? Io lo so, ma non lo dico, perché non me ne importa niente. Mi importa invece porre alcune domande di interesse generale: presentare in disco un normalissimo solfeggio come il risultato di un profondo scavo interpretativo può davvero giovare alla reputazione di un esecutore? E affermare la propria autenticità ermeneutica tentando nel contempo di mettere in cattiva luce il lavoro altrui, a quale necessità risponde? A quale norma deontologica? Invece di occupare lo spazio delle note che accompagnano il CD con rivendicazioni che suonano pleonastiche se l’esecuzione è interessante e pateticamente controproducenti se l’esecutore è mediocre, non sarebbe il caso di impegnarsi – con serietà professionale – a fornire ai lettori-ascoltatori notizie utili alla comprensione della musica? Sono convinto che i fascicoli annessi ai CD, affidati a penne responsabili, potrebbero, invece di effondersi in pettegolezzi che non interessano nessuno, svolgere una funzione informativa importantissima. Le case discografiche lo sanno?

 

 

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