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Troppo potere ai palloni gonfiati
di Angelo Gilardino
La straccionaggine di molti chitarristi, il loro atavico timore di non essere presi in considerazione dai musicisti “veri”, si manifesta in modo grottesco nell’organizzazione dei concorsi. Il chitarrista-organizzatore si precipita a deporre la presidenza della giuria del suo concorso ai piedi del grande compositore che si degna di scendere dal suo piedistallo per porgere orecchio ai volonterosi annaspamenti di questi neofiti del solfeggio, i chitarristi.
C’è una sorta di liturgia che il vate di turno celebra in questi casi: prima di tutto prende le distanze dalla chitarra, cingendola in un cordone sanitario di definizioni vaghe e sprezzanti, dalle quali si evince benissimo che non ne sa proprio niente (ma questo è un suo diritto supremo, anzi un vanto culturale da esibire, come farebbe un dotto latinista professando gioiosamente la sua ignoranza di una lingua del centro Africa). Poi procede alla squalifica in blocco del repertorio ottocentesco (Giuliani in genere è la vittima preferita dall’illustre, ma anche Sor riceve la sua razione di dileggi, e Paganini viene perdonato solo perché ha composto anche i Capricci per violino), infine si avventa sul Novecento, di cui salva il solito Homenaje, forse il pezzo di Britten (di questi tempi, ma venticinque anni fa uno dei suoi famuli, dalle colonne di un quotidiano nazionale, avrebbe concluso, nei toni della sentenza senza appello, che il Nocturnal era musica da quattro soldi), manifestando infine una certa, divertita curiosità alla notizia che Berio avrebbe scritto una Sequenza per chitarra.
A questo punto, il servitorello gli chiede premurosamente notizie di un pezzo, offerto in prima (e ultima) esecuzione da un chitarrista che a voi pare faccia pena, ma che ricevette dal Maestro, Dio solo sa perché, il raro privilegio di una consultazione su «un particolare della tecnica» e il sovrumano incarico della sullodata “prima” : consultazione atta a stabilire soffertamente che, in un pezzo monodico accessibile a una mezza dozzina di altri strumenti, oltre che alla chitarra, sarebbe stato meglio eseguire con suoni armonici due note, peraltro eseguibilissime anche con suoni ordinari. La gestazione del misterioso capolavoro, non ancora pubblicato (ci vorranno anni!) è narrata con dovizia autobiografica : verrete a conoscenza, parola per parola, delle telefonate quotidiane del grande editore in trepida attesa del pezzo, la cui programmazione in un famoso festival di musica contemporanea era già stata fissata, s’intende, ben prima che il lavoro incominciasse, delle angosce del chitarrista toccato dalla sublime investitura, e al tempo stesso martoriato dalla schiacciante responsabilità, della “prima”, naturalmente poi salutata da un’ovazione e da diffuse recensioni sui più importanti giornali (vi verrà occultato il numero degli spettatori: ma voi potreste sapere che erano ben diciotto, trattandosi di un concerto eccezionalmente affollato di critici incaricati delle recensioni).
Infine, in un accesso di benevolenza, potrebbe anche venir elargito, agli esterrefatti, restanti membri della giuria, l’annuncio che, visto il fervore che anima la categoria, becera ma volonterosa, dei chitarristi e, vista insieme la sconfortante povertà del repertorio contemporaneo, il sommo potrebbe – se supplicato e infine persuaso con il mezzo più lecitamente comune di questo mondo: un bel po’ di soldi – magari persino comporre un secondo pezzo per chitarra.
A questo punto, siatene certi, lo schiavetto del concorso, non pago di tutte le ingiurie graziosamente incassate quale frequentatore abituale di pezzi di “quarta categoria”, si sdilinquirà nella belante postulazione della più soccorrevole delle grazie: che il nuovo capolavoro venga aggiudicato come pezzo d’obbligo alla prossima edizione del suo – evidentemente non abbastanza vilipeso – concorso. Vi resterà la possibilità di auspicare (silenziosamente, beninteso) che, stavolta, l’insigne scriva, oltre al solito recitativo monodico di cinque o sei minuti, interrotto da alcuni golpes e magari da qualche inedito, geniale sfrigolio, anche due o tre bicordi, nei momenti del suo più svenato abbandono alle miserabili esigenze della chitarra.
Domanda: se i palloni, tuttora gonfiati nonostante l’evidente afflosciamento delle torve ideologie sulle quali soltanto (e su nient’altro) hanno fondato il loro potere, venissero invitati nelle giurie dei concorsi di chitarra non prima di aver manifestamente dimostrato il loro interesse, la loro competenza e – altrettanto indispensabile – la loro comune, buona educazione, non ne guadagnerebbero tutti, organizzatori, concorrenti e membri delle giurie?
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