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Quant’è bravo questo Yates
di Angelo Gilardino
Avendo, da queste colonne, lamentato la pochezza della maggior parte, anzi della quasi totalità, delle trascrizioni per chitarra – molto spesso banali trasposizioni di note o, ancor peggio, sciagurate riduzioni degli originali – non posso sottrarmi ora al dovere, d’altronde piacevolissimo, di sottolineare il valore di una trascrizione altamente meritevole. Il trascrittore in questione è Stanley Yates, un chitarrista inglese che vive e insegna negli Stati Uniti, e la musica trascritta è quella di Johann Sebastian Bach: di fronte al cumulo di pezzi bachiani trascritti per chitarra, il solo fatto di volerci riprovare denota un coraggio ammirevole, che però da solo non sarebbe bastato. Docente universitario, Yates è uno dei pochissimi musicisti che, essendosi dedicati alla chitarra, sono riusciti a mettere d’accordo l’istintività e la tecnica brillante con la preparazione musicale e musicologica più rifinita. Impresa anch’essa rilevante, è riuscito a far pubblicare da un editore americano molto popolare, ma non certo noto fin qui per impegno musicologico, un volume contenente la sua trascrizione per chitarra delle sei Suites per violoncello solo di Johann Sebastian Bach (J.S, Bach:/Six Unaccompanied Cello/Suites Arranged for Guitar, Mel Bay Publications, Inc., #4 Industrial Drive, Pacific, Mo 63069-0066). Si tratta di una trascrizione che fa epoca: dai tempi della versione segoviana della Chaconne (1934) non si verificava, nella storia della trascrizione chitarristica di Bach, un fatto altrettanto importante.
Yates ha esaminato e trattato le sei Suites violoncellistiche come un corpus omogeneo e ha messo in campo un metodo interpretativo di una completezza esemplare: da una parte, si è basato su un rigoroso studio analitico dello stile bachiano dall’altro ha saputo maneggiare l’originale, nel suo nuovo assetto chitarristico, attraverso un insieme di complementi che, resi necessari dall’idioma della chitarra, rendono le Suites piene, scorrevoli, eleganti e persuasive come prima non era mai avvenuto: il risultato è un Bach chitarristico nuovo, serio e audace nello stesso tempo, che in certi e non pochi punti sembra essere tutt’uno con lo strumento. Nell’integrare quelle che egli chiama non unaccompanied ma self-accompanied Suites con gli arricchimenti richiesti dalla sonorità e dalla tessitura chitarristica, Yates ha fatto leva su una capacità analitica non comune, da cui ha tratto i princìpi per il suo modus operandi: tutti i suoi interventi sono motivati in una chiara e precisa argomentazione che, partendo dal pragmatico assunto che la chitarra deve suonar bene, trova nello stesso testo originale i modelli per redistribuire la polifonia originale con una chiarezza e una sapienza a mio giudizio fin qui mai viste. Non mi riferisco soltanto alle soluzioni escogitate per aggiungere una linea nel basso (aggiunte effettuate con un sottile rispetto del ritmo armonico), ma anche, e soprattutto, alle figure introdotte per riempire le note lunghe, alle nuove imitazioni, ai cambi di ottava, all’ornamentazione e – importantissimo – alla scelta delle nuove tonalità chitarristiche. La quinta Suite, ad esempio, che i chitarristi conoscono nella versione liutistica in La minore, è riproposta da Yates nel tono violoncellistico originale in sol minore, con una riscrittura polifonica che supera di gran lunga i risultati di tutte le versioni correnti, tanto che mi sembra inevitabile domandarmi se coloro che hanno fin qui eseguito una trascrizione in La minore resisteranno alla tentazione di ristudiare la Suite così come Yates l’ha riassettata.
Naturalmente, una svolta così perentoria nel campo della trascrizione chitarristica da Bach non poteva essere tracciata senza il sostegno di un apparato che ne spiegasse le ragioni estetiche, musicali e precipuamente chitarristiche: un’appendice di cinquanta pagine, intitolata Arrangiamento, interpretazione ed esecuzione della musica di J. S. Bach amplifica l’utilità di questo volume, sviluppando un saggio di rilevante portata ermeneutica che, a mio giudizio, stabilisce una sorta di primato chitarristico nell’esegesi bachiana. Anche se Stanley Yates è tutt’altro che il tipico chitarrista, è pur sempre un musicista che suona la chitarra, e io sono sicuro del fatto che qualunque altro musicista che suoni qualunque altro strumento può giovarsi della lettura di questo suo saggio: posso sbagliarmi, ma non mi risulta che un violoncellista sia riuscito a scrivere un’analisi così compiuta e affascinante delle Suites per violoncello.
Yates annuncia la prossima uscita di un “integrale chitarristico” di Albéniz. Sarà molto difficile che riesca a convincermi com’è riuscito con Bach, ma mi sarà impossibile non prenderlo sul serio: è davvero, per dirla all’americana, dannatamente bravo.
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