Suonare News 0 1998 Sei corde
 

Le opere di Carlos Pedrell
di Angelo Gilardino

L'essere stato, tra i compositori di musiche per chitarra negli anni Venti e Trenta, prediletto da Segovia, ha fatto la fortuna di Ponce, la cui opera sarebbe stata altrimenti ignorata. Autori simili a Ponce, e probabilmente più validi, non ricevettero la benedizione segoviana – o non ne beneficiarono nella stessa generosa misura che scese sul capo del maestro messicano – e sparirono dalla scena, o quasi. Noi non sappiamo perché non godettero della stessa buona sorte toccata all'autore del Concierto del Sur, ma possiamo ragionevolmente supporre che si sia trattato soltanto di circostanze, e oggi questo non riguarda più nessuno: dunque possiamo leggere le loro opere e basta, i loro mani ci parlano da una distanza che solo la musica può colmare, e quello che ci dicono non ha nulla di terreno. Prendiamo Carlos Pedrell, ad esempio. Segovia pubblicò tre piccoli pezzi di questo autore nella sua famosa collana delle edizioni Schott, e ne incise uno, il più vivace, intitolato Guitarreo, che concludeva un trittico di cui facevano parte anche un austero Lamento e una brevissima, aforistica Página romántica: abbastanza per far capire chi era questo Pedrell, ma non da rivelarlo in piena luce. Nel mio Manuale di storia della chitarra ho cercato di dare il giusto rilievo a quello che considero il capolavoro di Pedrell, – molto più ampio e significativo dei pezzetti pubblicati da Schott – Danzas de las tres princesas cautivas, un titolo che, al lettore italiano che non sappia lo spagnolo, può suonare poco invitante. Ci si può rassicurare: le tre principesse in questione, Zoraida, Doña Mencia e Betsabé – personaggi della mitologia islamica forse ripresi da Miguel de Cervantes (mi s'impone una ricerca letteraria, che occupa per ora i miei sogni, in attesa di occupare il mio tempo quotidiano) -– erano prigioniere, immagino, perché bellissime e amate da un qualche califfo geloso, ma non erano cattive. È il racconto musicale, che affascina in Pedrell: sicuramente imbevuto del verbo musicale ispano-parigino (Albéniz, de Falla, Turina, e più da lontano Debussy e Ravel), il compositore dipana nei tre pezzi, piuttosto lunghi, il gomitolo della fiaba leggendaria, e scusatemi se non riesco a trattenermi dal suggerire una somiglianza, secondo me affascinante, con quella che è forse la più bella fiaba musicale di tutti i tempi: Sheherazade di Nikolaj Rimskij-Korsakov. Nella Parigi debussiana e stravinskiana, dove a lungo risiedette, Pedrell avrà trovato una quantità di stimoli per rivolgere la sua attenzione agli autori russi. Gli è riuscito un tentativo forse non originalissimo, ma seducente: quello di gettare un ponte musicale tra l'Alhambra e il Cremlino. La prima delle tre danze è tuttora nel catalogo Ricordi (Buenos Aires). Le altre due, anonimamente stampate negli anni Venti, forse da Romero y Fernandez, non sono disponibili nel circuito commerciale, e il bello è che un editore che volesse oggi ristamparle non saprebbe a chi diavolo rivolgersi per acquisire i diritti. Non chiedetemi, gentili colleghi, di regalarvi delle fotocopie: non chiedetemelo, perché mi esporreste alla tentazione di accogliere le vostre richieste. Matanya Ophee teneva, sulla rivista chitarristica americana Soundboard, una rubrica intitolata The Guitarist's Album. Anche lui si era accorto di Pedrell, e una decina d'anni fa gli dedicò una di quelle sue pagine presentando un'altra composizione pedrelliana, dal titolo melanconico e pittoresco: Al atardecer en los jardines de Arlaja. Arlaja dev'essere stata – anche lei – una principessa dei mori. Un luogo chiamato Arlaja in Spagna non lo conosco: conosco invece i giardini di Lindaraja a Granada, e so che anche questi hanno ispirato una composizione intitolata, per l'appunto, Atardecer en los jardines de Lindaraja, ma è un pezzo per violino e pianoforte del maestro cubano Joaquin Nin, non di Pedrell. Potere dei crepuscoli, non meno che delle notti, nei giardini andalusi! Un altro pezzo di Pedrell, molto diverso dagli altri, è il Preludio che ammicca al cante jondo. Concludo con una brevissima nota biografica: Carlos Pedrell, nato a Minas in Uruguay nel 1878, era nipote del musicologo e compositore spagnolo Felipe. Studiò a Parigi con Vincent d'Indy alla Schola Cantorum. Lavorò come ispettore nelle scuole musicali argentine, ma dal 1921 tornò a Parigi dove morì nel 1941. Da lì, si recò sicuramente in Spagna: gli strascicati, purpurei tramonti granadini lo attraevano molto di più delle scartoffie ministeriali di Buenos Aires, e lo ispirarono a comporre per chitarra. Speriamo che non abbia fatto male i suoi conti, regalando al repertorio dello strumento pagine squisite, delle quali i chitarristi non si sono nemmeno accorti, tutti presi come sono nel lamentare la mancanza di un pezzo di Ravel o di Stravinskij.

 

 

Copyright © Michelangeli Editore - Tutti i diritti riservati.