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La guitarra de Torres
di Angelo Gilardino
Come tra i direttori d'orchestra e i pianisti, anche tra i chitarristi ci sono interpreti che non concepiscono il disco a fini di promozione, di propaganda, di vendita, ma come documento che suggella una tappa nella loro ricerca: incidono quando hanno qualcosa da aggiungere, nel contenuto e nel significato, a ciò che hanno detto con il disco precedente. La storia della loro arte interpretativa è dunque scritta linearmente nell'elenco cronologico dei loro dischi. Stefano Grondona è, tra i pochissimi chitarristi che hanno compiuto questa scelta, probabilmente il più severo. I suoi estimatori – e sono molti – non hanno finora che tre incisioni da ascoltare e, se ben conosco l'uomo, non credo che debbano prepararsi ad accogliere dozzine di CD. In compenso, non hanno da saturarsi con i pochissimi che l'artista licenzia: si possono ascoltare centinaia di volte, non ci si annoia mai.
Il recente CD di Grondona ha un titolo spagnolo: La guitarra de Torres (etichetta Divox). È stato inciso con uno strumento costruito da Antonio de Torres nel 1886. Inutile a dirsi, Grondona non indossa i panni del filologo, ma quelli, a lui congeniti, dell'artista. La chitarra di Torres gli è servita per re-immaginare il lessico chitarristico degli autori che la adoperarono per comporre i loro brani: Francisco Tárrega e Miguel Llobet. L'immaginazione musicale è dunque il dono che l'interprete porge in queste pagine, ed è un dono che sorge, a un secolo di distanza, come una conferma delle intuizioni del grande liutaio spagnolo i cui approdi, secondo le parole dello stesso Grondona, “sembrano trascendere gli stimoli dell'ambiente... e sollecitano una risposta che verrà soltanto da compositori e strumentisti di generazioni successive”.
Il programma comprende le Canciones populares catalanas di Llobet – cominciando dalla Leonesa, che in realtà è una trascrizione llobetiana dell'armonizzazione di Villar – e una bella selezione dalle opere di Tárrega: Danza mora, Minueto, 21 Preludios, Capricho Arabe. Forse, è meglio incominciare l'ascolto dalla Danza mora e dal Capricho Arabe, due dei pezzi nei quali si delinea un momento particolare, e assai poco conosciuto, della musica dell'Ottocento, cioè l'esotismo francofilo dei compositori romantici spagnoli (non a caso il Capricho è dedicata a Tomás Breton): in questa linea, recentemente definita alhambrismo, Tárrega si colloca accanto a Breton ma anche vicino a Bizet: gli accordi iniziali della Danza mora non sono altro che una reminiscenza dell'introduzione pianistica dell'Adieu de l'hôtesse arabe che Bizet compose su una poesia di Victor Hugo, e tutto il clima musicale si riferisce al mito di un mondo irreale che i poeti sognavano senza muoversi dalle loro città. I Preludi sono, d'altra parte, le pagine che Tárrega scrisse quando guardava a est - a Schumann e a Chopin - invece che a sud. L'interpretazione che Grondona dà di queste musiche è di un nitore esaltato, con una musicalità di cui non si avverte l'energia febbrile soltanto perché è controllata da una mente rigorosa, ma l'equilibrio che governa ogni particolare è sempre raggiunto sul ciglio del baratro, e trasmette insieme una sicurezza armoniosa e un senso di vertigine.
L'ascolto, in questo CD, delle Canciones di Llobet – pagine indubbiamente più elevate di quelle tarreghiane – è uno dei più densi di emozioni musicali che io abbia sperimentato: la composita, artificiosa perfezione llobetiana è così radicata nel suono della chitarra da racchiudere la poesia dei piccoli capolavori in una sorta di criptico enigma che quasi mai gli interpreti riescono a sciogliere. Grondona legge le Canciones con l'ardita, quasi disadorna finezza con cui un Pollini legge le Études di Debussy, rifiutando fin dalla prima nota il narcisistico bel suono, e punta con autorità a rendere esplicito, chiaro, definito, tutto ciò che il tessuto musicale rivela o adombra: è come se immagini, finora immerse nella penombra, venissero di colpo esposte in piena luce, senza tuttavia appiattire i loro colori, anzi, drammatizzando i loro contrasti e il loro mistero. Un autentico interprete di musica che suona la chitarra: questo è Grondona. Il lavoro che egli ha compiuto e sta compiendo sul repertorio chitarristico ha un valore storico, un significato che, oltre i confini dello strumentismo, si impone per la sua importanza artistica e per la sua limpidezza etica, e spero che quest'evidenza venga riconosciuta per tempo.
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