|
La barcarola del mistero
di Angelo Gilardino
È un piccolo brano grazioso ed elegante – una sorta di barcarola - scritto da un compositore che evidentemente sapeva il fatto suo, ma non rappresenta un sommo contributo al repertorio della chitarra nel primo Novecento: dunque, perché occuparcene? Perché ha una storia singolare, che intriga e pone domande – quelle sì, importanti.
Scrive Andrés Segovia nella sua autobiografia: «Il mio amico Alejandro Piquer mi presentò a Jaume Pahissa, il compositore catalano che – secondo quanto mi era stato detto – non era interessato a scrivere per strumento solo o per formazioni da camera. Voleva comporre solo per vaste masse orchestrali. Quella scelta, molto ammirata nei circoli musicali catalani, mi indusse a credere che Pahissa fosse un compositore titanico. Mi domandavo se la qualità della sue opere – probabilmente influenzate da Mahler – fosse tale da giustificare l’impiego di simili mezzi. Incontrandolo, fui quasi sul punto di scusarmi per essere l’esponente di un genere di musica così minore e trascurabile come quello a cui apparteneva il mio strumento. Ma poi non lo feci».
Segovia si riferisce al suo primo soggiorno barcellonese, nel periodo intorno al 1918. Le parole che aggiunge, sempre riguardo a Pahissa (1880-1969), rivelano stima e rispetto, sentimenti che egli non concedeva facilmente. Eppure, nel ricordo di Pahissa, Segovia non fa la minima allusione al fatto che il compositore avesse deciso di fare un’eccezione alla sua monumentalità, scrivendo un brano per chitarra. Invece il brano c’era. L’ho scoperto, con mia somma sorpresa, tra le carte lasciate dal grande chitarrista. Datato Sitges 1919, s’intitolata Canço en el mar /para piano o guitarra ed è, inutile a dirsi, dedicato ad Andrés Segovia. Qui incominciano le domande e le congetture. Nella stessa autobiografia, Segovia indica una Danza di Federico Moreno-Torroba, scritta nel 1919, quale primo brano composto nel Novecento da un autore non chitarrista. Fino al 1993, anno in cui, dalla Biblioteca Civica di Cento, saltò fuori il pezzo di Respighi – scritto almeno dieci anni prima – non c’era la minima ragione di non accettare l’affermazione segoviana. Ma del pezzo di Pahissa, perlomeno contemporaneo di quello torrobiano, nessuno sapeva. Nessuno tranne Segovia, che ce l’aveva in casa e che non disse mai nulla, anche se si trattava di un pezzo di gran lunga migliore di quello di Torroba, anche se il compositore che l’aveva scritto era oggetto della sua stima incondizionata. Perché?
Credo che Segovia non avesse apprezzato quella che, da parte di Pahissa, poteva essergli sembrata una sorta di degnazione, cioè il dedicargli un brano che non era originariamente ed esclusivamente pensato e scritto per lui, ma piuttosto destinato a lui con una sorta di recupero o di dirottamento. Il pezzo è infatti scritto in notazione per pianoforte e, per renderlo eseguibile sulla chitarra – alla quale peraltro è adattissimo e sulla quale suona magnificamente – occorre una trasposizione e bisogna aggiustare qualche punto. Ma non posso fare a meno di domandarmi se non si sia trattato di un equivoco. Le cose potrebbero benissimo essere andate altrimenti, e cioè: Pahissa pensò il pezzo per chitarra, e poi lo scrisse pianisticamente solo per un atto di modestia che, data la sua non conoscenza della chitarra, poté sembrargli doveroso, lasciando al chitarrista il lavoro di adattamento. Segovia invece non sopportò quel doppio pentagramma e quel para piano o guitarra, e non si piegò a considerare che cosa significasse il fatto che il maggior compositore barcellonese allora vivente si sporgesse verso di lui dedicandogli un brano. A lui, appena giunto nella capitale catalana e in procinto di andarsene, mentre siffatto onore non era stato concesso a Llobet, che a Barcellona ci abitava. E poi ci si domanda come Segovia, e non altri, abbia potuto metter piede nelle Società del Quartetto e nelle Associazioni di Amici della Musica, mentre gli altri chitarristi suonavano per i circoli dei loro colleghi...
Parecchi chitarristi non perdono tempo e mi incalzano: vogliono subito il pezzo da suonare. Non l’hanno ancora visto – è in corso di stampa – e già sono sicuri che entrerà nel loro repertorio. Potere dei nomi. Io intanto penso al fatto che, emigrato in Argentina, Pahissa aveva stretto amicizia con il chitarrista Parodi e domando a Eulalia Pahissa, figlia del compositore, se per caso... Si, certo, come niente fosse ricorda che Pahissa scrisse una Sonata per chitarra. Il manoscritto sarà da qualche parte in Argentina. Mio Dio, perché nessuna delle scemenze che i chitarristi “compongono” per “il loro strumento” va mai perduta, e le composizioni dei musicisti veri sono invece così difficili da ritrovare?
|