Suonare News 0 2002 Sei corde
 

L'ultima eredità di Segovia
di Angelo Gilardino

Quando, negli anni Venti, apparve la stella di Andrés Segovia, una delle più potenti e prestigiose case editrici di musica del mondo, B. Schott’s Söhne di Mainz, si affrettò ad accaparrarsi le nuove composizioni per chitarra che spuntavano come funghi attorno al giovane maestro, e diede vita a una collezione (“Edition Andrés Segovia”) che sarebbe in breve divenuta il ramo più rigoglioso della sezione “Gitarre Archiv”. Fu così che autori come Federico Moreno-Torroba e Manuel Ponce si videro di colpo traghettati all’altra riva di un fiume che, da soli, non avrebbero mai potuto attraversare: infatti, la grande casa editrice tedesca pubblicò le loro opere soltanto grazie all’avallo segoviano. La collana Schott, con l’effigie benigna di Segovia sulla copertina, è da decenni uno dei corpus di editoria musicale più affermati nel mondo. Siamo alla vigilia della pubblicazione di un’altra collana di musiche per chitarra che ben si possono definire segoviane, anche se in modo diverso da quelle pubblicate da Schott. Si tratta delle composizioni che, a partire dal 1919, furono scritte per Segovia da vari autori europei, e che Segovia non fece pubblicare. I manoscritti che costituiscono questo lascito sono quasi tutti unici: i rispettivi autori li consegnarono a Segovia senza darsi la pena di prepararne una copia per sé. Le ragioni che motivarono la rinuncia di Segovia sono, ai nostri occhi, evidenti: non si trattò di un giudizio negativo sulla qualità delle composizioni, ma di una scarsa affinità e, in certi casi, di una vera e propria incompatibilità con l’estetica del chitarrista. In altri casi, invece, Segovia iniziò lo studio (spesso i manoscritti sono infiorati delle sue correzioni), ma poi fu preso dai dubbi sull’accettazione di certi brani da parte del pubblico, che allora – non dimentichiamolo – stentava ad assorbire la Sonatina di Moreno-Torroba! Dopo la fuga di Segovia da Barcellona, nel 1936, allo scoppio della guerra civile, sorse la leggenda di un incendio che, appiccato da una squadraccia alla sua casa, avrebbe distrutto, tra le altre cose, anche tutti i manoscritti sino ad allora accumulati dal maestro. Tale leggenda fu gradualmente dissipata: l’appartamento di Segovia non fu incendiato ma, come disse lui stesso, “ripulito”. Rimase però la convinzione, originata da una sua lettera a Ponce, della scomparsa dei manoscritti, distrutti dai teppisti che avevano violato la sua casa: i compositori si mettessero il cuore in pace, e così i musicologi. Che tuttavia, non paghi del racconto segoviano, si impegnarono in lunghe e infruttuose ricerche, a loro volta foriere di altre leggende... Quelle carte invece – lo sappiamo da un anno appena – non erano andate perdute. Pur fuggendo, Segovia aveva portato con sé i manoscritti (delle musiche che non gli piacevano, lasciando ai vandali quelle del beneamato Ponce: strano, nevvero?), e i tribolati fogli di musica lo seguirono nei suoi traslochi a Montevideo, a New York, e infine a Madrid, dove approdò nel 1962 in quella che sarebbe divenuta la sua residenza definitiva. Alla sua scomparsa, i manoscritti presero la via di Linares, per essere custoditi nella Fondazione Segovia. Ed è là che le preziose carte sono state tratte dalle scatole che li celavano. Per una disposizione di Segovia, esse potevano essere aperte soltanto nel nuovo secolo, cioè a partire dal 2001. Le musiche segoviane “altre” – come l’altra faccia, mai vista, di un pianeta – sono riemerse da un lungo silenzio. La loro imminente pubblicazione porterà nuova luce alla storia della chitarra, arricchirà il repertorio del Novecento e darà luogo – inevitabilmente – a una nuova ondata di pettegolezzi tra il chitarrume di Neanderthal, dilaniato dal dover scegliere tra il gettar la croce addosso al maestro, accusandolo di aver nascosto per decenni queste perle, e l’approvarne il silenzio: infatti, la fortuna di chi queste musiche ha ritrovato e ne cura la pubblicazione darà fastidio a certi figuri che, senza nemmeno leggere le composizioni, affermeranno che Segovia aveva fatto bene a seppellirle, e scommetto che parecchi riusciranno a sostenere, con repentini cambi d’abito, entrambe le parti. Non sarà fuori di luogo riconoscere la sagacia – e il coraggio – dell’editore che si è caricato sulle spalle l’immane impresa di dar vita a quello che si chiamerà “The Andrés Segovia Archive”: benché il titolo della collana sia annunciato in inglese, le Edizioni Musicali Bèrben sono di Ancona, mentre il general editor è, umilmente, chi scrive queste note, in un giorno piovigginoso dell’aprile padano, aspettando che il corriere gli porti la prima copia stampata della Fantaisie per chitarra di Pierre de Breville (1926). Chi era costui?

 

 

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