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Dove nascono le chitarre
di Filippo Michelangeli
A Muro de Alcoy, 7mila abitanti, 95 chilometri a sud di Valencia, terza città commerciale della Spagna, c'è la più grande fabbrica di chitarre classiche d'Europa. Si chiama Manufacturas Alhambra e da 40 anni è leader nella costruzione di modelli da studio. Dai suoi stabilimenti escono ogni anno 25mila chitarre che vengono vendute in tutto il mondo. Dà lavoro a un'ottantina di dipendenti, «tutti spagnoli» come sottolinea con orgoglio Jaime Juliá, 56 anni, dal 1973 amministratore delegato dell'azienda. Nel nostro Paese Alhambra è distribuita dalla Croson di Pavia, guidata dalla famiglia Federzoni, che negli anni ha portato la chitarra valenciana a diventare regina del mercato italiano.
Per scoprire quali sono i segreti del successo della griffe spagnola siamo andati a Muro de Alcoy, direttamente nel cuore dell'imponente capannone dove è concentrata tutta la produzione.
Ci accoglie un grande edificio con 7mila metri quadrati coperti, dove manodopera specializzata trasforma il prezioso legno, importato da India, Africa e Canada, in una dozzina di modelli di chitarre, dalla più economica 1P sino al top della gamma, la "Luthier" da concerto.
Nonostante le innovazioni degli ultimi anni e l'introduzione di macchine a calcolo numerico per controllare la precisione e la perfetta uniformità dei componenti, a Muro de Alcoy almeno il 60 per cento delle lavorazioni sono affidate all'esperienza e alla competenza di tecnici specializzati.
Scelta dei materiali, taglio, assemblaggio, verniciatura e collaudo sono soltanto alcune delle numerose fasi di lavorazione che rendono le chitarre Alhambra così apprezzate dal mercato spagnolo e internazionale.
Nel factory tour ci accompagna Jaime Juliá, ingenere elettrico, oggi alla guida del gruppo.
Quando è nata l'azienda?
Nel 1965. All'inizio erano soltanto pochi addetti, tutti residenti a Muro. Ma servivano molti soldi e dopo due anni l'azienda stava già per chiudere. Alcuni imprenditori della zona hanno intuito il potenziale di crescita e si sono dati da fare per raccogliere soldi da tutta la Spagna. Da allora l'azienda ha iniziato a crescere.
Da dove deriva il nome Alhambra?
È un monumento importante di Granada, costruito dagli Arabi.
Lei è arrivato in azienda nel 1973. Che cosa è cambiato da allora?
Sono ingegnere e il mio primo impiego fu all'Agfa di Valencia, settore fotocopie. Poi sono arrivato qui. Era una fabbrica più piccola di adesso, con 40 operai e 2mila metri quadrati (oggi sono oltre 7mila metri di produzione). La mia prima decisione fu di approntare un sistema automatico per asciugare il legno. Sino ad allora si seccava all'aperto. Poi abbiamo migliorato gli strumenti secondo le istruzioni degli artigiani di Madrid.
Dove vi procurate i legni per le chitarre?
Il palissandro arriva dall'India, l'ebano e il mogano dall'Africa, la tavola è di cedro dal Canada o di abete tedesco.
Con quali corde sono equipaggiate le chitarre?
D'Addario americane e Galli italiane.
Quante chitarre producete l'anno?
Venticinquemila, ma la nostra capacità produttiva potrebbe arrivare senza problemi a 30mila pezzi. Due anni fa abbiamo aperto anche una linea di produzione di chitarre folk, un settore da sempre dominato dagli americani. Una diversificazione che ci sta premiando, visto che le nostre western stanno andando molto bene in Europa. Accanto alle classiche, che rappresentano sempre il nostro core business, produciamo anche 3mila chitarre elettrificate.
Quali sono i vostri modelli più venduti?
Senz'altro la 3C e la 4P. Il loro rapporto qualità-prezzo credo sia imbattibile.
Quali sono i vostri mercati principali?
Il primo, naturalmente, è la Spagna, seguito dagli Stati Uniti. Ma tutta l'Europa apprezza i nostri prodotti: Benelux, Francia, Italia e Germania sono i nostri mercati migliori. Da qualche anno stiamo lavorando anche con la Cina.
Quanti dipendenti avete?
Ottantaquattro, tutti spagnoli. Potremmo avvalerci di personale straniero più economico, ma pensiamo che l'identità delle nostre chitarre in questo modo ne esca rafforzata.
Quali sono le principali fasi di costruzione dello strumento?
Secondo il procedimento spagnolo si fa prima la tavola armonica, poi si crea la buca, quindi si incolla il manico e, alla fine, le fasce. A differenza delle chitarre orientali che prima assemblano il corpo alle fasce e, per ultimo, innestano il manico.
Qual è il vostro punto di forza?
La qualità del suono. Cerchiamo, anche nei modelli più economici, una buona potenza e un timbro riconoscibile. La lavorazione del legno e la scelta dello spessore sono i principali responsabili del risultato finale
Ci sono state innovazioni tecniche importanti?
Il modo di costruire le chitarre in sostanza è lo stesso. Solo i macchinari per creare i pezzi sono stati aggiornati. Ma più di metà del lavoro è ancora manuale e non prevedo che nei prossimi anni possa cambiare. L'apporto della sensibilità dell'uomo nella costruzione di una chitarra è ancora insostituibile.
In futuro costruirete chitarre elettriche?
No, nessun pregiudizio, ma la chitarra spagnola è di legno, non di plastica.
Come vedete il futuro del mercato della chitarra classica?
In questi anni mi sembra un mercato stabile. Da quando sono qui abbiamo avuto solo due recessioni, una quando c'è stato il boom delle tastiere, l'altra all'epoca della Guerra del Golfo. Nella contrazione generale dei consumi, per adesso le sei corde sembrano tenere.
Siete la più grande fabbrica europea di chitarre. Avete mai pensato di assorbire altre aziende?
No. Piuttosto costruiamo noi, quando ce lo chiedono, per altri marchi spagnoli.
Da qualche anno organizzate un concorso internazionale di interpretazione: che rapporto avete con i chitarristi?
Non abbiamo contatti diretti con i musicisti. Il Concorso è un servizio alla musica in generale, non per la nostra fabbrica. Ogni edizione ci costa 100mila euro, ma abbiamo delle responsabilità nei confronti della chitarra.
Nonostante il grande impegno di manodopera i vostri modelli base hanno prezzi molti contenuti. Come fate?
Compriamo il legno direttamente da tutto il mondo, in grandi quantità e a prezzi convenienti. Per il modello economico scegliamo materiali buoni, ma non eccelsi come per i modelli top.
Volume d'affari nel 2001?
Sette milioni di euro.
Qual è il vostro obiettivo per il futuro?
Quest'anno vogliamo migliorare la gamma alta della serie “Conservatorio” e continuare a investire nella produzione di chitarre folk. Per noi quello che conta è mantenere un'ottima qualità alla portata di tutti.
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