Suonare News 0 2002 Sei corde
 

Darmstadt? No, grazie
di Angelo Gilardino

La storia della musica italiana del Novecento è ancora da scrivere. Quello che ne sappiamo fino a oggi è pesantemente deformato dalle gride promulgate dall’avanguardia che, da Darmstadt in poi, esercitò sulla vita musicale un controllo ancora più feroce e spietato di quello della polizia staliniana. Alcuni mostri sacri, che esercitarono il terrore culturale per decenni, andranno rivisti a partire soltanto da quello che conta: la musica che hanno scritto. Scopriremo così che, dietro a certi monumenti, non c’era nulla, nemmeno una seria istruzione musicale di base. In compenso, si dovrà restituire il dovuto a non pochi musicisti veri, sacrificati al Moloch adorniano da critici e storici accecati dal pregiudizio ideologico o in malafede. Carlo Mosso (1931-1995) fu certamente una delle vittime del direttorio che governò le vicende musicali d’Italia. Fu escluso perché, pur essendo politicamente “coerente”, non si era recato a Darmstadt nel santo pellegrinaggio e non si era allineato alla dottrina imperante: i materiali che adoperava non erano “puri” e la sua musica manifestava all’ascolto valori (e quali valori!) passibili di mercificazione. In realtà, era un fior di musicista, formatosi a una severa scuola contrappuntistica (ebbe a maestro Luigi Perrachio al Conservatorio di Torino) e un intellettuale coltissimo, che non risparmiava salaci commenti a carico dei “grandi” che, senza saper distinguere all’ascolto una quarta giusta da un semitono e senza avere mai imparato a scrivere una fuga, erano tornati dalla città sacra tedesca con l’aureola intorno al capo e con la lista delle proscrizioni nella borsa. Infatti, la musica di Mosso non fu mai programmata in alcun festival di musica contemporanea e quasi mai riuscì a varcare i confini della programmazione musicale di Torino. Nemmeno gli elogi di Massimo Mila valsero a dissipare la nebbia che avvolgeva le sue composizioni. Con il passare degli anni, il bando lo fiaccò e lo rese inerme: mi dispiacque vedere un artista della sua taglia immergersi nel logorante travaglio burocratico comportato dalla direzione di un conservatorio. Ma era sempre possibile staccarlo dalla scrivania e portarlo al pianoforte, dove la sua memoria era in grado di evocare migliaia di pagine, da Frescobaldi a Gian Francesco Malipiero, da Monteverdi a Bartók. Suonava quasi tutto Puccini a mente, ed era in grado di sottolineare i dettagli della preziosa orchestrazione pucciniana. Negli ultimi anni, già acciaccato dal male, voleva musicare Anna Christie, un greve dramma di O’Neill, che egli avrebbe portato a sublimazione. Ma non fece in tempo. Voglio ricordare questo fine, integerrimo compositore perché alcuni mesi fa una studentessa dell’Università di Genova, Paola Salvadeo, si è laureata in storia della musica con una tesi intitolata: “Carlo Mosso: l’uomo e il musicista” (relatore Giorgio Pestelli). È una tesi scritta bene, con chiarezza e con competenza: l’autrice conosce la musica e non si trincera dietro le metafore letterarie quando si tratta di ricorrere agli esempi musicali, sempre commentati con proprietà lessicale. Ha svolto una ricerca sul campo attingendo a materiali di prima mano e a testimonianze di coloro che ebbero a che fare con Mosso. Mi piacerebbe vederlo pubblicato, questo lavoro, magari stretto in una sintesi: se ne gioverebbero tutti coloro che hanno desiderio di comprendere a fondo che cosa effettivamente è successo nel Novecento musicale italiano. Ne parlo qui, anche perché Mosso ha regalato alla chitarra alcune pagine di grande bellezza. Non era un autore verboso, non cercava gli sviluppi, amava gli enunciati fine a se stessi, e la sua forma musicale tendeva, se non all’aforisma, a una concentrazione estrema. Scrisse pagine di impronta diatonico-modale (Quattro Danze nello stile modale, Quattro Studi sulla modalità, Tre Canzoni Piemontesi, Canzone veneziana, Omaggio a Manuel de Falla), dove regna l’evocazione di una spiritualità atemporale che sta all’opposto della truce retorica orffiana; e pagine di impronta quasi seriale – soprattutto i tre quaderni – dove il potere del suono chitarristico è esaltato in tutta la sua misteriosa allusività, e dove i riferimenti agli autori amati (Frescobaldi, Bach, Debussy, de Falla, Malipiero, Ghedini) sono amalgamati in una visione unitaria. Mosso fu un austero pensatore musicale che, anche nell’arduo cimento della composizione chitarristica, seppe trarre il massimo partito dal suono, mantenendo inalterata la propria cifra stilistica. Ai chitarristi di oggi, che nuotano nella poltiglia sentimentale dei tanghi di Piazzolla, augurerei l’incontro con la sua musica come una grazia purificatrice. Ma non ci credo. Per la musica di Mosso ci vorranno altre teste. E altre anime.

 

 

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