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Quella Suite del coltivatore di caffè
di Angelo Gilardino
I compositori latino-americani della prima metà del Novecento hanno prolungato la sopravvivenza del romanticismo dando vita, nei loro paesi, a correnti e a scuole nazionali, in simbiosi con le tradizioni popolari, ricchissime e intonse. Nel repertorio della chitarra, sono migliaia i pezzi ispirati al folclore latino-americano, scritti da autori i cui nomi sono spesso legati soltanto a una lista di brani per sola chitarra. Al di là di una piacevolezza epidermica, questi brani sono quasi sempre vuoti. Le eccezioni, costituite da compositori di rilievo che scrissero anche per chitarra, sono rare: non c’è stato che un solo Villa-Lobos, e stupisce il fatto che musicisti come Alberto Williams, Aguirre, Lopez Buchardo, non abbiano scritto una riga di musica per lo strumento che poi evocavano nelle loro composizioni pianistiche. Colpa dei chitarristi?
Salta fuori dagli archivi di Linares una Pequeña Suite para guitarra di Guillermo Uribe Holguín, il padre della musica colombiana. Ben sapendo come non fosse affatto comune che tipi come lui si impegnassero a scrivere per lo strumento del pueblo, ho pensato che potesse trattarsi di un lavoro significativo. Lo è. Si tratta di tre movimenti scritti da un vero maestro che, con grande umiltà, annotava a pie’ di pagina che il suo omaggio a Segovia era stato composto “imparando la scrittura per chitarra”. I tre pezzi sono del 1947. Sono bellissimi: non hanno nulla a che vedere con l’esasperante routine trascrittiva di melodie e danze popolari, e si pongono sullo stesso piano della coeva, miglior musica europea per chitarra. A quell’epoca, Uribe Holguín non era più il direttore del Conservatorio di Bogotá, il fondatore e il direttore dell’orchestra sinfonica nazionale (da lui stesso creata dal nulla nel 1905) e il vessillifero della musica colombiana: lo era stato per un quarto di secolo, fino a quando una congiura di palazzo ordita da musicisti locali, invidiosi della sua superiorità intellettuale e della sua raffinata cultura, aveva tentato di ridimensionare il suo potere. La risposta di Holguín fu esemplare: lasciando con un palmo di naso governanti dubbiosi del suo operato e miseri colleghi rosi dall’astio, si dimise da tutte le cariche, e lasciò la stanza dei bottoni, ritirandosi a vita privata. Poteva permetterselo. Oltre a essere colto e sapiente, era anche ricco di famiglia, e non ebbe alcun problema a cambiar vita: si dedicò, con pieno successo, alla sua vasta piantagione di caffé e continuò a comporre fino alla vecchiaia, ignorando le beghe della vita musicale sempre in atto nella sua patria.
Nato a Bogotá nel 1880, Guillermo Uribe Holguín fu un enfant prodige come violinista, e poi ebbe il giudizio di recarsi a Parigi. La Schola Cantorum fondata e diretta da Vincent d’Indy fu la sua nutrice accademica: vi lavorò forsennatamente per quattro anni, acquistando un mestiere compositivo che l’avrebbe definitivamente sottratto al pericolo del dilettantismo. Tornato in patria, si impegnò in una radicale riforma della vita musicale colombiana. Non era entusiasta all’idea di esaltare, sia come compositore che come direttore dell’orchestra nazionale, la musica andina: non ne rifuggiva (scrisse alcune composizioni sinfoniche e un’opera di schietta marca indigena), ma dava molto spazio agli autori europei, le cui opere ricorrevano normalmente nei programmi da lui scelti. Questo fu il principale capo dell’accusa rivoltagli dai suoi detrattori, che invece coltivavano gli insipidi pasillos per la delizia della borghesia locale.
Un dipinto di Eugenio Zerda, custodito nella galleria nazionale colombiana, mostra Guillermo Uribe Holguín, nei suoi panni di violinista, immerso in una misteriosa penombra, mentre suona, assecondato dalla pianista Lucía Gutiérrez (sua moglie). L’intensa spiritualità della sua figura fa pensare a un santo. L’idea che quest’ometto fragile e delicato abbia potuto, da un giorno all’altro, per difendere uno scrupolo di dignità, mettersi a capo di un’azienda agricola, e farla fruttare, coltivando migliaia di ettari di terra e vendendo tonnellate di caffé, mi sembra inimmaginabile. Forse, pattuiva i prezzi del suo raccolto ammaliando i compratori con un Capriccio di Paganini o una Romanza di Sarasate. Segovia ebbe così il singolare privilegio di vedersi dedicare una splendida composizione da uno dei massimi...coltivatori di caffé del mondo. La ripose in un libro, tra le cui pagine a me non sarebbe mai venuto in mente di cercarla. L’inesorabile Luigi Attademo, inviato in missione a Linares, l’ha invece trovata: la pubblicazione, imminente, è da ascrivere a suo merito. Se fossi un García Marquez, prenderei spunto da questa storia per scrivere un altro racconto magico. Mi accontento di questa nota che, spero, ispirerà qualche chitarrista capace di magie.
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