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Una difficile eredità
di Luca Cerchiari
Roberto Leydi, scomparso il 15 febbraio scorso, non era laureato, né aveva alcun studio musicale alle spalle. La passione, la tempra dello scrittore di innumerevoli saggi e volumi, la lunga attività come giornalista, ma soprattutto l’appartenenza politica alla sinistra socialista e alle sue organizzazioni editoriali, le produzioni discografiche e di spettacoli (chi non ricorda Bella ciao?), e le amicizie “giuste” coltivate nel clima intellettualmente vivace della Milano del dopoguerra (Umberto Eco e Luigi Rognoni, soprattutto) lo avevano portato all’insegnamento universitario.
Primo incaricato, nel 1972, nel neonato Dams di Bologna, di Etnomusicologia, ne diventò professore ordinario nel 1980 con una “valutazione comparativa” di cui era l’unico partecipante. Ma allora i colleghi erano pochissimi, quasi nessuno: fra questi Diego Carpitella (1928-1990), di Leydi più colto, con cui aveva condiviso negli anni Cinquanta l’inizio appassionante della ricerca sul campo in Italia, e che avrebbe a sua volta ricoperto la cattedra della Sapienza di Roma (oggi brillantemente ricoperta da Francesco Giannattasio).
L’opera infaticabile di Leydi e Carpitella ha permesso di sviluppare la ricerca sulla musica e sulla cultura popolare nelle Università italiane, che attualmente contano diversi docenti, discendenza di un settore di studi in realtà avviato fra Germania e Austria a fine Ottocento. All’epoca (quella appunto dei “padri”, come Curt Sachs ed Eric Moritz von Hornbostel) la musicologia non conosceva le divisioni in parrocchie e diocesi cui oggi assistiamo, per cui i cultori e studiosi di una tradizione musicale (sia essa eurocolta, orale, afro-americana, o popular) continuano a farsi ridicole guerre, nel nome di un primato “qualitativo” e di potere, di un disinteresse per le diversità che farebbe inorridire personaggi di ben più alta levatura e prospettiva interdisciplinare come, appunto, i fondatori mitteleuropei.
Di Leydi, che ha lasciato il suo importante archivio sonoro alla città di Bellinzona – è l’ennesima vergogna degli Enti pubblici italiani – ricordiamo almeno tre libri, La musica dei primitivi, I canti popolari italiani e L’altra musica. Negli anni Cinquanta aveva cercato di occuparsi anche di musica jazz, ma senza successo, non possedendone sufficienti competenze. Succedono nei nostri atenei al compianto studioso piemontese (Ivrea 1928), allievi e colleghi, Febo Guizzi, Tullia Magrini, Nico Staiti e Nicola Scaldaferri. Lo hanno ricordato a Orta S.Giulio, l’amata casa sul lago.
BOX
Esce in Dvd la bella biografia filmata di Miles Davis, ricca di inediti, realizzata dal Mike Dibb e dal trombettista Ian Carr, il maggior studioso europeo di Miles, di cui segnalai due anni fa una visione “privata” londinese. C’è tutto: dalle origini familiari alla musica “elettrica”, dalle big-band al rock, con molteplici interviste originali. Indispensabile.
The Miles Davis Story, Columbia DVD Video 201494 9, Sony Music Italy.
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