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E il dizionario diventa racconto
di Angelo Gilardino
Ho già avuto modo di segnalare l’opera di un vivente enciclopedista della chitarra, Francisco Herrera, maestro valenciano che ha svolto la sua attività didattica a Ginevra, dove tuttora risiede, e che ha la passione e l’ingegno del catalogatore di nomi, eventi, titoli. Torno a parlare di lui per presentare un suo lavoro recente, la cui utilità per i chitarristi – e non soltanto per loto – è a mio giudizio grandissima. Si tratta di un volume intitolato Danzas/en la música del Laúd, Guitarra y Vihuela, Piles Editoria de Música, Valencia 2003 (info@pilesmusic.com). Herrera ne è autore insieme alla moglie Mariel Weber, studiosa di danza. Il testo in spagnolo non costituisce un ostacolo insormontabile per il lettore italiano provvisto di un buon dizionario.
Le relazioni tra musica scritta per la danza e musica strumentale sono note, e la trattazione di Herrera-Weber, impostata in forma di dizionario, non ripropone studi estetici – già compiuti da altri autori – sull’evoluzione della musica funzionale verso la musica puramente strumentale. Peraltro, è vero che, nella pratica degli interpreti, risulta spesso problematico chiarire il significato e l’origine di termini che si riferiscono a radici remote nel repertorio della musica popolare o della musica di corte, delle quali non si sa nulla.
Ogni esecutore – concertista, didatta, studente, dilettante – si è infatti inevitabilmente trovato alle prese con qualcuno dei titoli misteriosi in una suite di danze del Seicento: che cosa significherà mai Marizápalos, titolo ricorrente in Santiago de Murcia e in Francisco Guerau? E che cosa vorrà dire La Miñona de Cataluña, titolo di una danza inclusa nella raccolta di Gaspar Sanz? È vero che un dizionario enciclopedico della musica può fornire una risposta, ma non è detto – anzi è improbabile – che tale risposta si esemplifichi specificamente con estratti e citazioni dal repertorio della chitarra (o del liuto, o della vihuela). Il libro di Herrera offre questo validissimo sussidio: di ogni danza, poi passata al genere strumentale, dà una sintetica, precisa descrizione che include l’aspetto etimologico-lessicale e l’aspetto coreutico, e aggiunge esempi tratti dalla letteratura liutistica, vihuelistica e chitarristica, o dalle trascrizioni per chitarra di brani scritti originariamente per altri strumenti, e comunque acquisiti al repertorio delle sei corde. Apprendiamo così che Marizápalos è una danza spagnola del secolo XVII, che fu raccolta dai chitarristi. Il suo nome un po’ attorcigliato deriva da quello di una fanciulla, Maria Zapalos, che, come recita una canzone, si era innamorata di tale Pedro Martín, e nient’altro: ci si può tramandare ai posteri anche con una normalissima cotta, non occorre essere Ginevra, Isotta o Francesca da Rimini. Apprendiamo che Marizápalos si ballava in Catalogna, a coppie, con un tempo lento nella misura ternaria. Poi, i vari Murcia, Guerau, Sanz, ci costruirono le loro invenzioni. Conservavano i motivi melodici originali variandoli? Oppure mantenevano solo il ritmo, e inventavano tutto il resto? La risposta è quasi ovvia: più i compositori erano fantasiosi e ispirati, e più si allontanavano dal motivo popolare, alla cui trascrizione, più o meno elaborata, si limitavano invece gli artigiani della musica. Quanto alla Miñona de Cataluña, va senz’altro riabilitata da sospetti insinuabili nei lettori italiani a causa di affinità lessicali con un termine italiano che definisce una certa professione: trattasi invece di un titolo riferito a una danza in tempo moderato, muy emotiva y sencilla, ispirata alla figura di una fanciulla sulla cui moralità sarebbe ingiusto far pendere riserve. Ciò spiega anche il carattere aggraziato e fiorito del brano di Gaspar Sanz che porta questo titolo, e la sua tenerezza primaverile.
L’utilità del libro di Herrera-Weber si manifesta anche riguardo a titoli apparentemente non bisognosi di esplicazioni: siamo sicuri di sapere con precisione che cosa significhi Tango? «Occorre ricordare – scrivono gli autori – che il tango fu un ballo proibito, che visse nella clandestinità dei bassifondi, in un ambiente in cui si annidavano la prostituzione, la delinquenza, il suicidio e la disperazione». Prima di arrivare ad Albéniz – per non parlare di Stravinsky – il tango si è molto ripulito...E la Chacona ebbe origini ispaniche, non messicane, come finora si è creduto: in Messico si ballava, ma come danza d’importazione coloniale, e le descrizioni che ne danno i poeti del secolo XVI – compreso Cervantes – non fanno pensare a una danza grave e solenne come risulterà poi nel tema della monumentale Chaconne di J.S. Bach. E così via, per qualche centinaio di voci, piene di conferme e di rivelazioni.
È un dizionario, ma si legge come un racconto. Molto curioso e piacevole.
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