Suonare News 0 2003 Sei corde
 

Quella chitarra che evoca le anime
di Angelo Gilardino

Un chitarrista incide un cd dedicato a musiche di Albéniz e di Granados: emozionarsi, o anche solo provare interesse per questo annuncio, è difficile, perché è quasi impossibile trovare altri autori la cui opera sia stata altrettanto tartassata dalle trascrizioni e dalle esecuzioni chitarristiche. Eppure, ho appena finito l’ascolto del freschissimo cd intitolato Evocacions – Llobet complete guitar transcriptions from Albéniz and Granados (Stradivarius) e devo ammettere che raramente mi è capitato di uscire da un’audizione con tanto stupore. Il fatto è che questo cd l’ha inciso Stefano Grondona con la chitarra Torres 1859 appartenuta a Miguel Llobet. Conosco Grondona da quando aveva sedici anni, e so bene come si muove quando incide un disco. Non è il programma che lo attrae – anche se non si è mai speso nell’esecuzione di musichette alla moda – ma l’evento che può sorgere dal suo incontro con un determinato autore, un’epoca, una cultura. L’evento ha in sé un valore poetico, il quale permea le musiche eseguite nel suo perdurare, e le potrebbe abbandonare al suo spegnersi. Il concerto o il disco che ne deriva è quindi soprattutto l’espressione di un momento i cui correlativi oggettivi – ma non l’essenza – sono le musiche eseguite, gli strumenti impiegati, il luogo, le presenze coadiuvanti. E in questo disco, forse ancora più che nei precedenti, l’evento domina poeticamente gli autori, le opere, le trascrizioni e lo stesso interprete. Llobet trascrisse per chitarra le musiche pianistiche di Albéniz e di Granados, musicisti dei quali era amico e sodale, e le suonò con la chitarra Torres ora custodita nel Museu de la Música di Barcellona. Grondona esclude a priori discussioni relative ai pregi e ai difetti delle trascrizioni di Llobet rispetto a quelle di Tárrega e di Segovia: è quella di Llobet, e non d’altri, l’anima poetica convocata ne La Sala di Viladrau. In un breve racconto – allegato al cd in luogo delle consuete note informative – Grondona ci invita a udire, al fondo delle pause più lunghe, i flebili canti degli uccelli diurni e notturni che vivono nel bosco. Confesso di non averli colti. Non mi è sfuggito, invece, il senso del convito. Se, come scrive il chitarrista, suonare con la chitarra musiche pianistiche scritte per evocare le sei corde non è atto di restituzione delle pagine a un loro corpo sonoro primario, ma a sua volta atto evocativo, chi, o che cosa, viene evocato? L’ascolto del disco allontana proprio questa domanda nell’atto stesso in cui le risponde. Non si tratta infatti di un convito di nobili ombre, ma di un’evocazione di anime sonore che si manifestano tutte nella stessa onda: la chitarra di Torres, le musiche dei maestri catalani, le trascrizioni del chitarrista anch’esso catalano, il luogo della registrazione e le circostanze che l’hanno preparata e resa possibile, e ovviamente l’arte dell’interprete. Erano anni – forse decenni – che non ascoltavo La Maja de Goya di Granados registrata da Andrés Segovia, e subito dopo l’ascolto della registrazione di Grondona ho sentito il bisogno di riascoltarla. Segovia modellava con il suo suono un corpo sonoro che si manifestava come presenza reale nello stesso momento in cui si svelava come illusione procurata da portentosa magia. Grondona non suscita illusioni, evoca anime, e ne raccoglie l’essenza remota e incorporea, di cui manifesta una intangibile veridicità nel bagliore dell’istante, hic et nunc. Non so se sia propria la qualificazione di Llobet come artista dell’impressionismo musicale. Spenderei però questa definizione (con tutti i rischi di anacronismo che comporta) per Grondona, per questo sapersi votare poeticamente all’attimo, al suo valore irripetibile, alla sua astrazione dalla storia, e al suo volere e saper fissare la magia di un evento, da lui intensamente vissuto, nell’infallibile messaggio del suono chitarristico. Se, come fa notare Grondona, la figura di Llobet è, nella prospettiva storica, schiacciata tra la leggenda aurea di Tárrega e l’epopea sfolgorante di Segovia, l’ascolto di questa registrazione suggerisce l’ipotesi che, nella doverosa dissipazione dell’equivoco, l’opera del poeta sia più potente dell’arringa dell’oratore, del saggio dell’erudito, del concerto del virtuoso. Cercheremo dunque le ascendenze di questo prodigio nelle pagine di Bergson e di Proust, nelle musiche di Debussy e nelle tele di Monet: ascoltare questo disco è come leggere una pagina della Recherche o guardare uno dei quadri con le ninfee galleggianti sulle acque nello stagno di Giverny.

 

 

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