Suonare News 0 2001 Sei corde
 

Metti una sera... a cena con Sor
di Angelo Gilardino

Chi era Fernando Sor? Leggendo le pagine – scritte forbitamente in francese – del suo “Metodo”, pubblicato a Parigi nel 1830 e ricco di riflessioni e di spunti polemici assai più che di studi, si ricava l’impressione di un uomo che, oltre a spendere il proprio talento musicale come concertista e compositore, poteva anche permettersi di discettare con autorità su temi scientifici e che confidava principalmente sulla Dea Ragione. Non c’è da meravigliarsi per il fatto che, dissipato il primo sdegno con cui ogni spagnolo aveva subito l’invasione napoleonica, Sor avesse finito con il fraternizzare con gli occupanti, che portavano con sé l’illuminismo, un’ideologia liberale e un senso nuovo della nazione che, al giovane musicista e ufficiale dello sgangherato esercito spagnolo, non tardarono a piacere. Si trovò quindi, quasi senza volerlo ammettere, afrancesado e, all’inizio della feroce restaurazione, dovette esiliare fuori dalla Spagna, dove non sarebbe mai più tornato. Da quel momento, perdiamo ogni traccia di una coscienza politica di Sor e seguiamo soltanto il suo itinerario, da Parigi a Londra alla Russia e infine ancora a Parigi, dove avrebbe trascorso gli ultimi tredici anni della sua vita. Il cammino dell’esule sembra tracciato assai più dalle vicende sentimentali che dagli interessi artistici e dall’attività professionale. Anche la pubblicazione del “Metodo” a Parigi – più che l’atto culminante di una vocazione didattica (come sarebbe stata più tardi la pubblicazione del “Metodo” di Dionisio Aguado), sembra un espediente giocato da Sor per riguadagnare l’attenzione dei chitarristi, da lui abbandonati per seguire la chimera della composizione orchestrale, oltre che l’acribioso esercizio polemico di uno spirito inasprito dalle incomprensioni dei suoi scadenti colleghi. Nell’insieme, resta arduo il compito di dare consistenza a una figura artistica e umana che, dagli scritti, ci appare per molti aspetti contradditoria e – a parte l’ammirazione che l’ingegno del compositore indiscutibilmente merita – anche poco simpatica. Diciamo la verità: mentre avremmo volentieri conversato con l’affabile Dionisio Aguado o con l’angelico Giulio Regondi, un invito a cena da parte di Fernando Sor non ci avrebbe entusiasmato… Emili Olcina, scrittore catalano – non un musicologo né un musicista – ha tracciato un profilo biografico e soprattutto psicologico e caratteriale di Sor che ci aiuta a comprenderne a fondo la complessa personalità. Intitolato Apuntes sobre Ferran Sors y la creación romántica en la España de Goya, pubblicato a Barcellona da Ediciones Laertes e non ancora tradotto in italiano, il volumetto è l’opera di un letterato che dispone di una profonda conoscenza della cultura europea e, in particolare, della Spagna tra Sette e Ottocento: uno dei meriti principali del saggio è appunto quello di aver saputo collocare la vita e l’opera di Sor in un quadro storico-culturale ampio e preciso, senza mai perdere di vista la specificità del fare musica come modo di vivere. Possiamo quindi comprendere lo spaesamento del giovane Sor che passa, come un eroe stendhaliano, dal “nero” monacale dell’educazione ricevuta a Montserrat al “rosso” della vita madrilena, segnata dal possente appoggio della duchessa di Alba, che proteggeva Sor (non sappiamo con quanta soddisfazione da parte del povero Francisco Goya y Lucientes, che doveva passare gran brutti momenti a causa della sua Maja). Comprendiamo meglio anche il processo di afrancesamento, nel quale Olcina vede non soltanto gli aspetti della fascinazione culturale, ma anche la scelta di un realismo politico che gli fa giudicare i francesi come padroni della situazione: tanto vale, quindi, cooperare con l’inevitabile. Deludente, ma verosimile. Piuttosto sconvolgente è il sondaggio che Olcina compie nella vita sentimentale di Sor. Svanita – non si sa come, quando e dove – la labile figura della sposa che gli ha dato la figlia Caroline, Sor si accende di passione per la (non eccelsa, artisticamente) ballerina Félicité Hullin e, quarantaduenne, intreccia con la medesima una relazione, quando lei non ha ancora compiuto quindici anni. Per amor suo, Sor abbandona i privilegi del suo soggiorno londinese e la segue in Russia, mettendo da parte la chitarra e dedicandosi alla composizione di musiche da balletto, che non erano il suo forte. Infine, dopo l’abbandono da parte di Félicité, Sor – nella descrizione di Olcina – riversa sulla figlia Caroline un affetto che travalica decisamente i limiti del rapporto padre-figlia, anche se lo scrittore non si avventura a suggerire altro (e gliene siamo grati). Infine, vi è la breve sopravvivenza del musicista, ormai in preda a una sindrome ipocondriaco-maniacale, alla figlia morta giovane: un uomo che ha pagato a carissimo prezzo la sua piccola porzione di immortalità. Lo rispettiamo senza amarlo, come la sua musica.

 

 

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