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Nella “casa” di Stefano
di Angelo Gilardino
Seguo sin dai suoi inizi la carriera di Stefano Grondona perché penso che si tratti di un interprete di alto rango, non soltanto tra chitarristi. Ogni suo disco ha la caratteristiche di un’opera, una fisionomia stilistica, racchiude un significato artistico e l’offerta di un’emozione mai affidata al caso. Non si smentisce, Grondona, nella sua recente proposta intitolata, in lingua catalana, Lo cant des aucells: una coppia di cd prodotti da Stradivarius e incastonati in un album molto bello anche iconograficamente. Come Marius Schneider, anche Grondona sembra aver trovato in Catalogna un’affinità remota con il suo spirito e con la sua poetica: le immagini interne del suo album lo ritraggono nella luce dorata delle sale del Museu de la Música di Barcellona, ed è lui stesso, nelle note con cui presenta l’incisione, a indicare “quella Catalogna alla quale negli ultimi tempi mi sono in particolar modo legato, affettivamente ed artisticamente”: le “patrie vere” non sono sempre quelle che ci danno i natali.
Quest’opera di Grondona è comunque e soprattutto segnata da un progetto poetico-musicale originalissimo: quello di riunire in una sorta di convito una dozzina di chitarre storiche, costruite da grandi maestri della liuteria romantico-moderna, dal capostipite Antonio de Torres a Robert Bouchet, passando per Enrique García, Francisco Simplicio, Santos Hernández, Domingo Esteso, Hermann Hauser. E’ chiaro che Grondona, adottando questi strumenti, non si è posto nei panni del filologo né in quelli del collezionista. Invece – molto più meritevolmente – egli ha individuato in ciascuna delle chitarre che gli sono state messe a disposizione dai rispettivi proprietari, un mondo poetico, una casa dei suoni: solo un interprete di acutissima sensibilità può intuire l’essenza di uno strumento e impadronirsene in breve tempo. Ma non basta. A ciascuna delle preziose chitarre l’esecutore ha poi legato uno o più brani di musica, identificando l’estetica e lo stile di un compositore con il suono di uno strumento nato nella stessa temperie culturale: sarebbe come l’esibire una serie di quadri, non nella visibilità media e neutrale di una medesima esposizione, ma riportandoli nelle condizioni di luce in cui ciascun pittore li aveva creati, impastando i colori della propria tavolozza in una ben definita, e altrove non riproducibile, luminosità atmosferica. Ogni chitarra ha luci e ombre, esattamente come ogni composizione: Grondona è convinto che uno stesso pneuma abbia avvolto compositori, esecutori e liutai di una determinata epoca e di un definito ambiente geo-culturale, e si pone come catalizzatore di emozioni musicali individualmente diverse (ogni artista e ogni artefice è unico), alimentate però da identici respiri.
I grandi padri della chitarra moderna (Francisco Tárrega, Miguel Llobet, Agustín Barrios, Andrés Segovia) stanno sullo sfondo di questa evocazione, sia come compositori che come creatori di nuove estetiche della chitarra: attorno a loro, autori che hanno fatto parte del loro repertorio, attraverso le loro trascrizioni (Granados, Mendelssohn, Schubert, Grieg, Chopin) oppure con i loro apporti di musiche originali: Federico Mompou, Manuel Ponce, Francis Poulenc (per la cui francescana Sarabande Grondona ha messo in campo una chitarra Bouchet che, anni fa, Oscar Ghiglia, suo legittimo proprietario, diceva essersi frantumata in un appartamento surriscaldato di New York: chissà quale miracolo l’avrà ricomposta).
Ho ascoltato i due cd senza interruzione – sforzo che sono disposto a spendere soltanto per una sinfonia di Mahler – e, sin dalle prime note della Canço i dansa n. 13 di Federico Mompou (basata sulla melodia catalana che dà il titolo al disco: Lo cant des aucells), mi è parso di cogliere il messaggio dell’artista. Nelle linee terse del suo fraseggio melodico, nell’estremo scrupolo musicale che definisce ogni nota, ogni accento e ogni inflessione, negli ambiti tracciati da una mente rigorosa, severa e serena, la palpabile fisicità del suono sembra stemperarsi in un abbandono evocativo, in una sconfitta – o meglio in una rinuncia – di fronte all’incombere dell’hic et nunc, al ricatto del tempo presente con le sue smanie e le sue provocazioni: è la battaglia persa per vincere la guerra, quella che apparentemente oppone il vero al falso, l’eterno al contingente, l’essere all’apparire. In realtà, con il suo viaggio tra le ombre dei grandi padri della chitarra – maestri del suono nel senso più ampio e più alto del termine – Grondona ha voluto porre la sua candidatura a far parte di cotanto senno. Non è il solo, in questo nostro stupido tempo, a levare lo sguardo in alto: sta in una compagnia assai ridotta, che sente – ma non ascolta – il frastuono che rimbomba da lontano, e non tange le soglie di una intoccabile música callada.
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