Suonare News 0 2002 Sei corde
 

Le piccole perle di Ferenc
di Angelo Gilardino

Il trio Citharoedia, formato dai giovani chitarristi piemontesi Alberto Delle Piane, Davide Vicentini e Giorgio Vogliolo, propone, in un cd appena rilasciato dall’etichetta Niccolò di Avellino, l’opera completa per tre chitarre di Ferenc Farkas. Mentre non mi è consentito elogiare gli esecutori, trattandosi di miei ex-allievi, non intendo perdere l’occasione di dire tutto il bene possibile del compositore ungherese e di tutta la sua musica per chitarra (o chitarre): Farkas è stato infatti, tra gli autori del Novecento, uno dei massimi artefici del nuovo repertorio chitarristico, anche se ben pochi musicisti sinora se ne sono accorti. Voglio sottolineare che, pur radicandosi nella tradizione del suo paese e del suo popolo, egli si istruì principalmente all’estero – fu anche a Santa Cecilia ad affinare la sua preparazione con Ottorino Respighi – e che, anche dopo essere stato nominato docente di composizione alla Scuola Superiore di Musica di Budapest, continuò a viaggiare, nutrendo con una instancabile dedizione allo studio, con le letture e le visite ai musei, la sua enciclopedica cultura. Didatta stimatissimo, ebbe tra i suoi studenti Durkó e Ligeti. Nel 1970, incontrandolo quasi per caso in Austria, lo avvicinai, mi presentai, e rispettosamente, ma senza preamboli, gli chiesi di comporre un pezzo per chitarra. “Ma io non ho mai scritto per questo strumento”, mi rispose amabilmente (parlava benissimo l’italiano), “e finora l’ho adoperato solo come colore nelle partiture della musica da film”. Capii che dalla mia risposta dipendeva la sua decisione: se mi fossi messo a magnificare la chitarra dicendogli che Frank Martin e Britten le avevano dedicato dei capolavori, avrei perso l’onda. Era ironico, sottile, provocatoriamente buono e, soprattutto, tremendamente indaffarato: intuii che poteva permettersi di scegliere, tra le molte proposte che gli venivano avanzate, quelle che lo incuriosivano maggiormente. «Facciamo così», gli dissi, «lei riscriva la colonna sonora del film che le è piaciuto di più adoperando solo una chitarra, e cerchi di far meglio del compositore che ha musicato quella pellicola. Supponendo che le sia piaciuta La battaglia di Alamo, non vorrà dirmi che considera la musica di Tiomkin inarrivabile. Poi, adopereremo la musica che avrà scritto per i concerti, anche senza film». Scoppiò a ridere. «Voialtri strumentisti siete tutti un po’ megalomani», rispose, e continuò: «Una chitarra da sola è troppo piccola per i film che piacciono a me. Però la sua impertinenza mi piace, farò qualcosa del genere». Tornato a Budapest, trovò sulla sua scrivania una serie di cartoline che un ex-allievo, in viaggio di nozze, gli spediva da ogni dove: dall’Acropoli a un villaggio bulgaro, dal sobborgo viennese del vino, Grinzing, a un porto del Madagascar. E quelle decise di “musicare” per chitarra: scrisse le Six pièces brèves. La mia idea era stata adottata e ridimensionata al tempo stesso. I chitarristi che si lamentano perché Bartók non ha scritto per il loro strumento dovrebbero vergognarsi di non conoscere queste piccole perle. Credo che Bartók le avrebbe lodate. Da quel momento, Farkas incominciò a scrivere anche per tre chitarre – una mezza dozzina di bellissime musiche ispirate al folclore ungherese -, ma io non mi sentivo ancora appagato. Lo rividi a Bergamo nel 1982. Nella città alta, visitammo insieme la Cappella Colleoni e poi andammo a pranzo. A tavola, tra una portata e l’altra, gli mostrai i Preludi di Manuel Ponce, lamentando il fatto che anche i compositori più bravi fossero restii a scrivere per chitarra nelle tonalità non ordinarie: quello che lo strumento perde in intensità, lo acquista in varietà di colore – gli dissi – e i pezzi brevi per chitarra dovrebbero essere tutti composti con maggior attenzione nella scelta della giusta tonalità. Si possono seguire percorsi armonici del tutto diversi da quelli finora tracciati, conclusi. Non rispose, e credetti che fosse partita persa. Immaginavo che quello che stava scrivendo su un taccuino fosse un appunto di viaggio o di lavoro: invece, staccò di colpo una pagina e me la mise sotto gli occhi. Erano le prime quattro battute di quella che sarebbe divenuta l’Intrada, il primo dei ventiquattro pezzi della raccolta Exercitium tonale. Un mese dopo, leggevo a casa mia, esterrefatto, l’intero lavoro, che Farkas, tornato a Budapest, aveva scandito al ritmo di un preludio al giorno. Non aveva mancato di includere, nella collezione, una Cavatina in Fa minore in omaggio a Donizetti, per ricordare la circostanza che era stata all’origine dell’opera: una conversazione a Bergamo con un collega assai più giovane, che suonava la chitarra e voleva a tutti i costi elevare e ampliare il repertorio del proprio strumento.

 

 

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