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L'ecatombe di Mr. Williams
di Angelo Gilardino

I chitarristi – ha ragione chi lo sostiene – formano una categoria a sé, appartengono al mondo della musica come un’isola al continente di cui è soltanto parte politica. Nessuno ha mai sentito un esponente della categoria di strumentisti più ricca, in qualità e quantità, di repertorio – cioè un pianista – sostenere che non c’è più bisogno di musica per pianoforte? Il massimo pianista vivente, Maurizio Pollini, dopo averci dato esecuzioni imperiture di Beethoven, Chopin, Schumann, Brahms, Liszt e Debussy, ci ha donato il suo Berg, il suo Webern, il suo Boulez. Non ci ha mai detto di averne abbastanza. Offritegli altra musica di quel livello, e lui le renderà giustizia suonandola con la sua intelligenza musicale e con le sue mani prodigiose. I chitarristi – è noto – non hanno un repertorio classico-romantico paragonabile a quello del pianoforte, e per giunta lo conoscono poco e lo suonano maluccio. Stanno molto meglio per quanto riguarda il Novecento, secolo che ha portato a quello che loro chiamano “il nostro strumento” musica di buona qualità, e talvolta composizioni eccellenti. Anche di questo repertorio sono tutt’altro che padroni, non lo sanno leggere con la dovuta accuratezza e sono generalmente deboli nell’interpretazione: sicché, poco convinti loro, ancora meno lo è il loro pubblico, che non a caso scarseggia. Hanno quindi bisogno di essere incoraggiati e istruiti. Leggiamo invece in un’intervista rilasciata da John Williams, considerato uno dei massimi chitarristi viventi, che non c’è bisogno di nuova musica per chitarra. Non soltanto, non c’è nessun bisogno di leggere – lui non lo fa e lo dichiara apertamente – le composizioni di rilevanza storica affiorate recentemente, non serve tenersi aggiornati su ciò che la musicologia apporta alla conoscenza del repertorio del Novecento. Meglio occuparsi di musica africana. Seguono giudizi apocalittici su ciò che, dopo la Giosafat della musica, dovrà sopravvivere o perire. Boulez è tra i dannati. Per inciso: Williams suona Koyunbaba, brano certamente meritevole di una leale comparazione con Le marteau sans maître. Che qualche stella del firmamento chitarristico sia in panne è fuori di dubbio, e che si ritrovi annoiata di quello che sta facendo – e di come lo sta facendo – mi sembra del tutto evidente e comprensibile. Non è nemmeno necessario augurarle di ritrovare un po’ di ispirazione: nello star system si può vivere di rendita anche senza far niente, esattamente come quando si occupa un posto di ruolo in conservatorio: non ci sono verifiche di qualità, la gente compra il nome che sta sulle copertine dei dischi anche quando la persona che sta dietro a quel nome è artisticamente vuota. Fin qui, tutto normale. Poco normale mi sembrerebbe invece il silenzio che dovrebbe scendere sul mondo della chitarra per fare da scenario alle ultime intuizioni del campione: smettiamo di leggere i brani del repertorio, di scoprire musiche nuove, di recuperare capolavori perduti, e ammutoliamo tutti perché lui si è stancato della tradizione? E che ne facciamo delle migliaia di giovani chitarristi e compositori di musica per chitarra che invece hanno una gran voglia di esprimersi? Un’ecatombe per Mr. Williams? Ci buttiamo tutti sul crossover e sulla musica etnica perché da quella parte volge la prua della sua nave? E se della musica, a mio modo di sentire assai scadente, che lui suona da tempo, a molti chitarristi e a molti ascoltatori importasse, come importa a me, ancora meno di quanto importino a lui la Sonata di Antonio José o le Variazioni di Ottorino Respighi? A me è sufficiente ignorare i suoi dischi, non mi è mai passato per la mente di auspicare che i chitarristi come lui e i compositori come quelli che gli forniscono gli articoli che offre al suo pubblico debbano essere zittiti. È proprio necessario, per fare la musica che ci piace, far tacere chi suona, studia, insegna e compone la musica che a noi non piace o non piace più? Io credo che sia del tutto lecito, per chi suona la chitarra e aspira a conoscere a fondo il repertorio e a eseguirlo bene, continuare a vivere e a lavorare, e che i compositori intenzionati a scrivere seriamente per la chitarra possano nutrire fiducia nel futuro delle loro opere, nonostante le prescrizioni proibitive di Mr. Williams. E all’eccelso maestro australiano si può offrire un regalo: la contemplazione di un mondo tanto grande, ricco e svariato dove c’è posto per tutti, comunque pensino, suonino e compongano, e dove ciascun artista può manifestarsi senza vedersi indicare da altri le porte di piombo del silenzio. Si dice che quello della chitarra è un mondo piccolo: meno male, se fosse un grande impero io temo che avrebbe già pronti i suoi Nerone e i suoi Caligola.

 

 

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