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Quelli che si fanno il compact da soli
di Angelo Gilardino
Trent’anni fa, incidere un disco – anche per un’etichetta nazionale a distribuzione limitata – era, per ogni giovane chitarrista, un punto di arrivo, quando non era un’ambizione chimerica. Oggi, qualunque giovane concertista può farsi il suo Cd in uno dei tanti studi, o addirittura, se non abita su una circonvallazione o vicino a un aeroporto, a casa propria. Poi, se l’interessato è capace di maneggiare uno dei magici programmi di registrazione computerizzata, può anche permettersi di apportare sensazionali miglioramenti alla propria esecuzione, ad esempio incrementando la velocità (una volta, non era possibile fare questo senza alterare l’intonazione, ma ora è possibile anche accelerare senza limite i tempi senza modificare le altezze dei suoni), ripulire le note imperfette, creare i crescendo e i diminuendo con assoluta esattezza a partire da una registrazione piatta, colmare tutti i vuoti che possono spezzare il fraseggio e introdurre una breve, involontaria pausa tra un suono e l’altro nei cambi di posizione difficili… Insomma, il disco oggi non è più un traguardo, ma una normalissima offerta che qualunque chitarrista (o altro strumentista), in qualunque momento della sua carriera – e specialmente all’inizio della medesima, per presentarsi e farsi apprezzare - fa al proprio pubblico, a costi modestissimi e con la possibilità (non l’obbligo: c’è chi si rifiuta di manipolare i parametri fondamentali delle proprie registrazioni) di presentare un risultato di gran lunga migliore di quello che poi sarà in grado di realizzare in carne ed ossa. Personalmente, ho imparato presto a distinguere, tra registrazioni prodigiose, quelle fatte – sia pure con molto editing – da interpreti validi e quelle fatte da venditori di illusioni: le differenze sono comunque evidenti.
Un problema che mi sembra generalizzato è, nella quasi totalità dei nuovi Cd chitarristici che ascolto ogni giorno, quello della qualità del suono. I tecnici della registrazione – magari bravissimi nel registrare un’orchestra sinfonica o un quartetto d’archi – davanti al suono della chitarra sembrano spesso perdere la bussola, e incorrono in due tipi di eccessi opposti: o rinchiudono il chitarrista in una sorta di barile acustico, dal quale i suoni provengono con una irreale, eccessiva purificazione, oppure lo spingono al fondo di una caverna risonante di confusi riverberi, in cui è talvolta persino difficile individuare le singole note. Si vorrebbe dir loro: registrate il suono del chitarrista nel modo più semplice e diretto, non fate nient’altro, non abbiate timore dei piccoli rumori causati dalle dita della mano sinistra che scivolano sulle tre corde inferiori, non cercate di eliminare le tracce acustiche della presenza umana che sta dietro la chitarra, non sublimate, non idealizzate, non tentate di far apparire l’interprete per quello che non è, altrimenti lo farete quasi sicuramente risultare peggiore di quello che è.
Ho rivolto, un paio d’anni fa, queste ed altre esortazioni a un giovane tecnico del suono, dotato anche di buona preparazione informatica, che vive e lavora nella mia piccola città, Vercelli, stimolandolo a studiare e a progettare un preamplificatore che, operando tra il microfono e il computer, permettesse di registrare la chitarra, sia da sola sia negli organici da camera, come si dovrebbe. Lo ha fatto. Si chiama Ernesto Villani, ha un piccolo studio di registrazione nel quale ha costruito e poi sperimentato il suo apparecchio, che esiste in un unico esemplare. I risultati raggiunti mi sembrano molto vicini a quelli che invano ci si aspetta dai Cd chitarristici, anche delle etichette più prestigiose, e non credo che siamo lontani dal poter dire che esiste ora anche un minuscolo laboratorio con un tecnico capace di rispettare il suono del chitarrista. Nelle sue registrazioni, infatti, è possibile percepire gli aromi sonori che fanno della chitarra quell’inafferrabile prodigio timbrico rincorso da compositori, esecutori e persino poeti (le belle metafore sul suono della chitarra non si contano).
Nello sgabuzzino (perché di questo si tratta) vercellese di Villani passano chitarristi alla prima esperienza di registrazione e chitarristi esperti dei microfoni. Qualche califfo della chitarra (vedi Maurizio Colonna) lo stana e lo fa uscire con i suoi congegni, obbligandolo a lavorare in ambienti più vasti e confortevoli. E sia. Ma Villani fa tutto da solo: regista, tecnico del suono, assistente di studio, editor. In privato, mi confida le sue impressioni personali su questo e quell’esecutore: buon Dio, mi dico, perché non chiamare tipi come lui, invece di cariatidi sorde e strangolate dai pregiudizi, nelle giurie dei concorsi di chitarra?
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