Suonare News 0 2001
 

Quando la Sicilia ha orecchio
di Filippo Michelangeli

Tra un mese avrà vent'anni e nel suo curriculum brillano già venti medaglie d’oro in concorsi pianistici. Ma non è un prodotto d'allevamento, un animale da concorso, uno dei mille fenomeni che le scuole pianistiche internazionali sfornano a getto continuo e la cui cometa si spegne nell'arco di una stagione. No, qui siamo di fronte a un artista autentico, un musicista che stupisce per il controllo tecnico e commuove con una musicalità originale, senza artifici accademici. Siciliano, 19 anni, ha studiato con Sergio Fiorentino e si è diplomato al Conservatorio di Milano con Vincenzo Balzani: massimo dei voti, lode e menzione speciale. Si chiama Giuseppe Andaloro. Ricordatevi questo nome. Oggi lo salutiamo come giovane promessa, domani lo applaudiremo come artista affermato. Si è avvicinato al pianoforte per gioco. A 4 anni il padre gli regala una tastiera da quattro soldi. Un giocattolo dove strimpella le prime melodie. A sette anni lo mandano a lezione da un maestro locale, uno di quelli che insegnano un po' di tutto, dal pianoforte alla chitarra. Dopo pochi mesi il buon uomo si arrende: «Giuseppe dev’essere seguito da un professionista». Con il nuovo insegnante il ragazzo prepara il 5° anno di pianoforte, intanto inizia a partecipare ai concorsi per giovanissimi. All'inizio affronta le rassegne nazionali di Messina, Ragusa, Modica. Dovunque vada è un successo. Alle stupefatte commissioni non resta che notificare lo stesso verdetto: “Primo assoluto”. A 12 anni incontra Sergio Fiorentino. Il grande didatta capisce subito il valore del ragazzo. E accetta di seguirlo a Lamezia Terme, in Calabria. Una lezione al mese. Giuseppe ha trovato pane per i suoi denti. Il suo viaggio nel mondo del pianoforte è iniziato. Con il maestro Fiorentino, Andaloro scopre il grande repertorio pianistico e ogni lezione diventa uno stimolo ad andare avanti. In quegli anni arrivano le prime affermazioni importanti: vince Frattamaggiore, Stresa, quattro volte l'Ama Calabria. All'improvviso Fiorentino, il maestro che Giuseppe adorava più di ogni altra cosa, muore. È un momento duro, accanto allo smarrimento della famiglia che a questo punto si domanda che cosa ne sarà del loro figlio, si pone l'urgenza di trovare un nuovo maestro. Già, ma chi può raccogliere un'eredità così importante? La fortuna non abbandona Giuseppe. Vincenzo Balzani tiene dei corsi a Giardini, in provincia di Messina. Il celebre maestro, titolare al Conservatorio di Milano, capisce in fretta la stoffa del ragazzo siciliano. L'anno dopo Giuseppe è a Milano: in due anni si diploma con dieci, lode e menzione speciale. Il talento di Andaloro è fatto di tante cose: mani buone, facilità tecnica, memoria indelebile e un orecchio assoluto stupefacente. Di ogni suono riconosce con infallibile precisione l'altezza, non si lascia ingannare neanche davanti ad accordi complessi, persino dei cluster. Nel 2000 s’impone al Concorso di Porto, arriva secondo al "Casagrande" di Terni (primo non assegnato). Quest'anno trionfa a Sendai, in Giappone. Dal Sol Levante torna ricco e con contratti per importanti tournée. Il suo nome ottiene la nomination come giovane promessa per il “Tasto d'oro” di Perugia. Riceve migliaia di cartoline da tutta Italia e al Teatro Morlacchi ritira l'ambita statuetta. Suona il Primo concerto di Liszt con la Filarmonica Marchigiana diretta da Daniele Aginam. I giornali lo definiscono “un musicista splendido”. Poche settimane dopo concorre al "Casella" di Napoli, lo storico concorso partenopeo che in 50 anni ha visto sfilare tanti protagonisti del pianismo internazionale. All'ombra del Vesuvio Andaloro conquista il primo premio e scrive il suo nome accanto a quelli di Michele Campanella, Roberto Cominati e Gerhard Oppitz. Oggi vive a Milano, nei prossimi mesi lo aspettano tournée in Italia e all'estero. Parlaci un po' di te, da dove vieni, quando ti sei avvicinato al pianoforte... Sono nato a Palermo nel 1982, ma ho vissuto fino a 13 anni a Delia, un piccolo paese in provincia di Caltanissetta. Dopo la scuola dell'obbligo ho fatto le magistrali, ma il pianoforte ha accompagnato la mia gioventù. I miei genitori, pur non essendo musicisti, hanno sempre amato la musica classica. In casa c'era un pianoforte, non di grande qualità, ma sufficiente per stimolare la mia curiosità. Ho iniziato a suonare a sette/otto anni, non molto presto quindi, con un maestro locale. Lo studio è diventato più serio quando sono andato da Paolo Pollice. Ma la mia fortuna è stata incontrare Sergio Fiorentino. Che ricordi hai di lui? Bellissimi. Avevo dodici anni e andavo a lezione da Fiorentino una volta al mese a Lamezia Terme, in Calabria. Ogni volta era un bel viaggio da Caltanissetta, ma quel giorno per me era davvero emozionante. Il maestro Fiorentino non parlava molto, preferiva sedersi al pianoforte e farti vedere come voleva che facessi un passaggio. Il suono del pianoforte l'ho scoperto durante le sue lezioni. Quando è morto è stato un dramma. Mi è mancato all'improvviso un punto di riferimento. Devo ringraziare i miei genitori che hanno sempre creduto in me e si sono dati da fare per trovare un maestro che potesse seguirmi. Così sono andato da Vincenzo Balzani. Mi aveva già conosciuto anni prima in occasione di qualche concorso nazionale. L'ho seguito a Milano, dove insegna al Conservatorio "Verdi" e mi sono diplomato con dieci, lode e menzione speciale. Adesso studio ancora con lui, come tirocinante in conservatorio, e ho instaurato un rapporto molto bello. Balzani è un vero musicista, un pianista completo, ha una grande esperienza concertistica e, soprattutto, una straordinaria umanità. Quando decide di volerti bene ti fa sentire davvero al sicuro. Non finirò mai di ringraziarlo. A proposito di concorsi, la tua carriera è costellata di vittorie, proviamo a ripercorrerla insieme? Il mio primo concorso è stato il "Città di Messina". Avevo iniziato a studiare da sei mesi. Mi iscrissero i miei genitori ma io non mi resi neanche conto di quello che facevo. Ricordo il viaggio, mia mamma che mi accompagna sul palcoscenico perché avevo paura a salire da solo. Dopo la prova tornammo a casa pensando che la cosa fosse finita lì. La sera tardi ci telefona la segreteria del concorso: ero arrivato secondo e dovevo andare a ritirare il premio. In famiglia si fece festa e ci ripromettemmo di riprovare in occasione del prossimo concorso. Fu così che mi iscrissi al "Città di Modica " e all'Ama Calabria dove arrivai sempre secondo. Da allora sono seguite una quindicina di vittorie consecutive, quattro volte all'Ama Calabria, ogni anno nella categoria più alta, poi il "Bramanti" di Forte dei Marmi, il "Trombone" di Palermo, lo "Spadafora" di Venetico, il "Città di Caccamo", lo "Scarlatti" e il "Denza" di Napoli, il "Durante" di Frattamaggiore, Stresa, il "Bocchi" di Milano. Francamente non me li ricordo neppure tutti. Ma i successi importanti sono arrivati negli ultimi mesi... È vero, sono arrivato secondo al "Casagrande" con primo non assegnato e poi ho vinto il "Città di Porto", il "Sendai" in Giappone, il "Tasto d'oro" come giovane promessa e il "Casella" di Napoli. Devo ammetterlo: il 2001 è stato un anno di grandi soddisfazioni. Quando hai capito che saresti diventato pianista? Non mi sono mai posto questo problema, sono nato in una famiglia dove la musica è sempre stata molto amata, occuparmene a tempo pieno è stato un fatto naturale. Anche mia sorella Esther è una cantante lirica. E poi avevo in casa centinaia di cd dei maggiori interpreti, sognavo un giorno di diventare come loro. A proposito di grandi concertisti, quali ami di più? È una lista lunghissima. Come faccio a ricordarli tutti? Diciamo i fondamentali, Cortot aveva un modo di suonare, forse oggi un po' datato, ma che ti emozionava davvero. E poi la personalità di Rubinstein, la brillantezza di Horowitz, il Mozart di Schiff, la naturalezza della Argerich. Di Pollini mi interessano lo studio della forma, le scelte musicali, il repertorio. Pollini è uno dei pochi pianisti che continua a credere nella musica contemporanea, tu che cosa ne pensi? Credo che nella cosidetta "contemporanea" ci sia tanta musica bellissima. Ma è ora di iniziare ad affrontarla come si fa con quella dell'Ottocento, cioè selezionando la buona dalla meno buona. Non si può buttarla tutta a mare soltanto perché è difficile, oppure osannarla solo per apparire progressisti. D'accordo, perché non proviamo adesso? Stockhausen è meno interessante dei Pink Floyd. Ma trovo sopravvalutato anche Nyman. Di Boulez mi piacciono poche cose, le sue sonate non sono niente di speciale. Purtroppo trovo poco ispirata anche la musica di molti italiani, Petrassi incluso. Giudizi durissimi, chi ti sembra invece che possa lasciare un segno? Nel Novecento storico Schönberg è e rimane una pietra miliare. Credo che George Ligeti sia il più grande compositore vivente. I suoi studi per pianoforte sono autentici capolavori. Ma nella contemporanea c'è ancora tanto da fare. Ho molta fiducia nelle nuove generazioni e mi appassiona seguire le loro composizioni. Guardando nello specchietto retrovisore, invece, chi ti piace di più? Vado matto per Mahler, adoro tutti i compositori di musica sinfonica, da Haydn a Mozart. Senza di loro la musica classica, almeno per come la conosciamo oggi, non sarebbe mai esistita. E poi vorrei invitare tutti a riscoprire la musica di Händel, un grandissimo artista davvero troppo sottovalutato. Ma il vero segreto è di non limitarsi al pianoforte. C'è una marea di musica bellissima scritta per altri strumenti, che è un delitto non conoscere. E poi esiste l'opera lirica che regala emozioni fortissime. Perché i giovani preferiscono la "leggera"? Perché è più facile, il suo obiettivo è apparire diretta, senza "pesantezze" concettuali. Se non si ha la pazienza e la voglia di conoscere la musica colta, non si riesce ad apprezzarla e si deve rinunciare a tutte le emozioni che sa offrire. Che cosa farai da grande? Spero di non limitarmi al pianoforte. Vorrei salire sul podio. L'orchestra è sempre stata il mio sogno sin da quando ero piccolo. Comunque si possono fare tutte e due le cose. Hai già provato? No, dovrei prima studiare direzione, almeno la parte strettamente tecnica. Ma sento che prima o poi arriverà quel momento. Già con l'esperienza pianistica mi rendo conto che ci sono tanti direttori che fanno finta di dirigere, ma non sanno neppure che cosa hanno di fronte. Io avrei tante altre cose da dire anche sulla parte orchestrale. Com'è organizzata la giornata di Giuseppe Andaloro? Mi divido tra Milano e la Sicilia. È faticoso, ma non so rinunciare né all'una né all'altra. E poi la mia vita non è proprio organizzata. Se mi va di alzarmi tardi dormo fino a mezzogiorno, alla sera faccio tardi. Studio pochissimo. Due ore al giorno, ma a volte non studio per niente. Non capisco come facciano quelli che si esercitano sette/otto ore al giorno. Io sono sempre concentrato sul pianoforte, anche di notte. Mi addormento pensando ai problemi tecnici e musicali e spesso li risolvo senza tastiera, soltanto astraendomi con il cervello. Ma tutte quelle ore al pianoforte proprio non le reggerei. Con questo non voglio dire che non sia importante lo studio metodico, ma non fa per me. Io credo che per molti il vero problema sia riuscire a non studiare e saper utilizzare tutto il proprio potenziale senza doversi sottoporre a ore di ginnastica. Hai un agente? Per adesso faccio tutto da solo, d'altra parte il successo, se così si può dire, è arrivato da poco. Non nascondo che mi piacerebbe avere un rappresentante artistico alle spalle. Finché può, mi dà una mano mio padre. Quanto aiutano i concorsi? Tanto, non posso parlarne male. Forse perché mi sono andati quasi sempre bene. Ci sono anche concorsi dove sono stato eliminato, ma in generale mi hanno portato fortuna. Per me il concorso è soltanto un'occasione per far musica. Non sento la gara, non me ne frega niente degli altri concorrenti, anche se sono molto bravi per me l'importante è avere una commissione che mi ascolta. D'altra parte un giovane sconosciuto quali altre possibilità avrebbe di farsi sentire da maestri famosi? Parliamo di pianoforti. Oggi le marche più prestigiose fanno di tutto per accaparrarsi le mani migliori. Quanto è importante un pianoforte per un pianista? Molto, so che per alcuni un pianoforte vale l'altro. Per me no, non riesco a ottenere certi colori, alcuni sfumature, se il pianoforte non è buono. Non voglio sembrare con la puzza sotto il naso, ma quando vai a suonare in una sala con un pianoforte non a posto, duro, con una manutenzione scarsa, ti cascano davvero le braccia. Tu quella sera sei andato a dare il massimo e dovrai lottare due ore con uno strumento che non è all'altezza. Come invidio i violinisti che si possono portare lo strumento dietro. Personalmente preferisco il Kawai, soprattutto la sua tastiera. È fantastica, ti aiuta davvero. Ma amo moltissimo il Fazioli, una marca che produce pochi strumenti ma tutti di altissima qualità e, naturalmente, impazzisco per lo Steinway. Dalla vita hai già ottenuto molto, la tua carriera sembra inarrestabile. Che cosa chiedi ancora a te stesso? Devo proprio dirlo? Beh, siamo qui apposta... Vorrei suonare il Primo di Liszt e la Totentanz con i Berliner Philharmoniker diretti da Claudio Abbado, il mio direttore preferito. E magari la Deutsche Grammophon che produce il disco... Se devo sognare, non poniamo limiti alla provvidenza.

 

 

Copyright © Michelangeli Editore - Tutti i diritti riservati.