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A proposito di Studi...
di Angelo Gilardino
Se mi si chiedesse qual è il genere musicale in cui il corpo sonoro della chitarra più luminosamente risplende, risponderei senza esitazione: gli studi da concerto, quelle composizioni scritte da un lato per esercitare la mente e la mano di esecutori già approdati al virtuosismo – o prossimi ad arrivarci – e dall’altro per sfidarli a superare i loro limiti. Lo studio non si svolge – come la sonata o la variazione – entro forme canoniche, adotta di volta in volta, a seconda dei materiali che ne formano la base, una forma già consacrata oppure se ne dà una propria. Questa libertà autoreferenziale permette ai creatori di sviluppare una ricerca molto specifica nell’idioma strumentale che, nel caso della chitarra, è davvero labirintico: esplorarlo è prerogativa di strumentisti capaci e dotati di immaginazione. Gli studi esaltano lo strumento perché dallo strumento nascono e in esso vivono, manifestando un’essenza musicale che, fuori da lì, non esisterebbe.
Sono ben note le raccolte di Studi che dai maestri del primo Ottocento a oggi contengono la quintessenza dell’arte della chitarra: una dozzina di autori i cui nomi e le cui opere accompagnano il chitarrista dagli anni della formazione sino alle vette più alte della carriera concertistica. C’è qualcosa di nuovo all’orizzonte, dopo i classici dei due secoli precedenti? Non lo sappiamo, ma è bene vagliare con attenzione non preconcetta quello che l’editoria ci propone. Devo perciò rispondere al segnale forte e perdurante che viene dall’iniziativa della casa editrice Sinfonica, che proprio agli studi per chitarra dedica una ormai vasta sezione del proprio fresco catalogo.
Dietro a queste imprese c’è sempre la volontà di una persona, che raccoglie la collaborazione di un editore e il consenso di un pubblico di lettori. Nella fattispecie, si tratta del giovane collega Bruno Giuffredi, concertista e docente, il quale sta incanalando in un comune alveo i contributi di una mezza dozzina (per ora) di autori da lui accolti o reclutati: tutti compositori di studi per chitarra. Nel catalogo delle pubblicazioni disponibili o in corso di preparazione si trovano nomi già noti – come quelli, meritatamente stimati, di Franco Cavallone e di Eligio Bratus – e nomi nuovi, come quello di Ganesh Del Vescovo, un chitarrista-compositore toscano allievo di Company, che sembra aver assorbito, nei suoi ingegnosissimi studi, l’essenza della lezione del maestro, volgendola in una sua personale, originalissima ricerca di suoni e di forme. Altri nomi: Casarini, Gammanossi, Manzi, Jappelli, tutti rappresentati da raccolte che insistono in genere nel livello virtuosistico, ma che talvolta arretrano anche al livello più accessibile, per aiutare gli scolari dei primi anni. Non ho lo spazio per diffondermi in commenti sulle diverse personalità dei compositori, ma noto che li accomuna un indirizzo generale di serietà, verosimilmente dettato dal loro coordinatore.
Se non vado errato, una flotta di studi così bene armata non aveva mai solcato i mari della chitarra: si tratta di un’impresa seria, coraggiosa e intelligente, di cui si deve dare pieno merito a Giuffredi. Il quale, tra l’altro, si prenderà cura di rinforzare il già popolato catalogo della sua serie con un recupero meritevole: quello degli Studi di Luigi Mozzani, che potrebbe essere, degli autori proposti dalla collezione, il trisavolo. Dai lacerti non ricomponibili del suo incompiuto “Metodo” si staccano infatti venti poderosi studi sull’arpeggio, dei quali soltanto tre sono stati sino a oggi pubblicati, ed è importante che questa sua opera didattica – perduta ogni speranza di ricostruire il “Metodo” – veda finalmente la luce.
Giuffredi è un tipo deciso, opera scelte drastiche e scopre senza indugi le sue carte. Scrive, nella prefazione: «È doveroso precisare che queste raccolte non intendono ospitare i prodotti di quelle avanguardie compositive che così a lungo hanno tenuto banco tra esecutori e didatti insensibili all’umana e mai sopita esigenza di un linguaggio musicale materiato di pura e genuina affettività». Chiamare “avanguardie” quelle che erano soltanto cordate di balbuzienti privi d’ingegno musicale e ricchi solo di una verbosa, intollerante violenza prevaricatrice, mi sembra una concessione ingenuamente generosa. È un atto superfluo escluderli oggi da un convivio: si sono autoestinti, oppure si sono convertiti in neo-qualcosa, e continuano a scrivere musica fasulla, cambiandone soltanto la pelle e sostituendo i vecchi titoli algidi con titoli arcadici. Ma questa riserva nei confronti di uno scatto polemico giovanile non offusca il sentimento cordiale di stima e di approvazione nei riguardi di Giuffredi e dei suoi campioni: che Dio ve la mandi buona, ragazzi.
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