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Suonare News febbraio 2019 Editoriale
 

Quando il Conservatorio è un’ottima compagnia
di Filippo Michelangeli

Che cosa accade nel più grande ateneo musicale italiano, il “Verdi” di Milano? Lo racconta una fiction trasmessa in queste settimane su Rai1. Un successo di ascolti, con 5 milioni di telespettatori, che ha irritato buona parte dell’accademia che si aspettava una maggiore aderenza alla realtà


Apparire in televisione per milioni di giovani è un sogno. Persino nell’era di Internet. Lo è anche per le aziende che, pur di esserci, hanno sempre acquistato a piene mani costosissimi spot per reclamizzare i loro prodotti facendo diventare miliardari (in euro) i proprietari dell’etere.
Il piccolo schermo ha sempre avuto un pessimo rapporto con la musica classica. «Non fa ascolti» è il refrain che pronunciano i direttori dei palinsesti. Le uniche due eccezioni sono i concerti di Capodanno – da Vienna un tempo, oggi anche da Venezia – e la “prima” della Scala. La loro valenza anche mondana è stata il lasciapassare per espugnare il tubo catodico. Tutto il resto, per la tv, è noia. Pentagrammi da confinare in orari notturni o nel quinto canale Rai che – Dio ce lo conservi – non ha ancora conquistato il telecomando degli italiani.
All’improvviso, lo scorso gennaio, Rai1, la rete ammiraglia del servizio pubblico, manda in onda in prima serata una fiction ambientata al Conservatorio di Milano. Si chiama “La compagnia del cigno”. Il magnifico uccello bianco non ha richiami ciaikovskiani e non allude neppure ai volteggi del violoncello di Saint-Saëns. È una perifrasi di Giuseppe Verdi, chiamato “il cigno di Busseto”, il compositore a cui l’ateneo milanese è dedicato.
La fiction, 12 episodi spalmati in 6 puntate, racconta la storia di amicizia di sette studenti del “Verdi”, alle prese con la vita di tutti i giorni e con il terribile, detestabile, maestro Marioni, definito affettuosamente “il bastardo”, docente di esercitazioni orchestrali.
I ragazzi si dividono tra gli studi in Conservatorio, la scuola, la famiglia. In mezzo c’è di tutto. Il giovane che viene da Amatrice, dove il sisma gli ha strappato la madre e intorno al quale nasce “la compagnia”, la ragazza non vedente, il giovane pianista talentato figlio di un operaio, l’adolescente che deve sopportare la crisi coniugale dei genitori, la violoncellista sovrappeso che fa i conti con le sue insicurezze.
Dietro all’esagerata aggressività di Marioni si scopre la verità: la tragica morte della figlioletta, vittima di un incidente stradale. Ci sono quindi tutti gli ingredienti delle fiction: amore, amicizia, disperazione, morte.
Il “Cigno” sbanca l’auditel e inchioda davanti alla televisione più di 5 milioni di italiani. Ogni lunedì sera vince la serata: affonda il Titanic, il filmone americano campione di incassi, asfalta Celentano e il suo strombazzato Adrian.
Eppure il mondo della classica insorge. «È una mediocre parodia, una contraffazione della realtà», tuonano alcuni direttori, «non valorizza in alcun modo le professionalità coinvolte». Quasi nessuno sembra accorgersi che si tratta di un fiction, non di un documentario. Il Conservatorio è utilizzato come una corsia di ospedale, una questura, un luogo di lavoro qualsiasi. Per la prima volta la musica classica è trattata con naturalezza, un cimento per i giovani e un lavoro (vero, concreto) per gli adulti. E pazienza se i gesti del direttore d’orchestra, impersonato dal bravo attore Alessio Boni, sono maldestri. I ragazzi, invece, non sono attori professionisti, ma veri studenti che vivono l’arte dei suoni con passione e sacrificio. È la musica la loro vera, insostituibile, “compagnia”.   

 

 

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