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Suonare News aprile 2021 Editoriale
 

Spettacolo dal vivo, parliamoci chiaro
di Filippo Michelangeli

La Siae ha reso noti i dati sugli incassi del 2020. Rispetto all’anno prima c’è stata una diminuzione di eventi del 69% e di incassi del 77%. Uno scenario mai visto dal dopoguerra. Hanno sofferto tutti i comparti, in particolare il settore musicale con un crollo del botteghino dell’89%


I dati diffusi dalla Siae sul settore dello spettacolo dal vivo nel 2020, quando è esplosa l’emergenza sanitaria, sono spaventosi: nel suo complesso il comparto ha segnato una diminuzione degli eventi del 69%, con una spesa al botteghino giù del 77%. Dal dopoguerra non si era mai vista una cosa del genere.
Andando a vedere i singoli settori il quadro è ancora più crudo: l’attività cinematografica ha perso il 71% degli incassi. Buio pesto per l’attività teatrale con una riduzione del botteghino del 78%. Peggio di tutti, se possibile, è andata al comparto musicale, la forma artistica che forse più di ogni altra trova la sua ragion d’essere nella presenza: i concerti hanno segnato una contrazione dell’83% degli ingressi e un crollo dell’89% della spesa al botteghino.
Ma se musica e teatro piangono lo sport non ride. Da marzo 2020 ha visto la sospensione di eventi e competizioni di ogni ordine e disciplina e successivamente una ripresa graduale delle attività, anche se quasi sempre senza la presenza del pubblico. Inevitabile la perdita dell’84% degli incassi a botteghino.
Il 2020 è stato un anno da dimenticare anche per mostre ed esposizioni, una delle filiere più colpite dalla pandemia, con una riduzione del 78% degli ingressi e del 76% della spesa al botteghino. Crisi profonda anche per discoteche e balere con incassi sprofondati del 78%.
Mentre il Fus, il Fondo unico per lo spettacolo, che alimenta il comparto della lirica e della musica classica, è riuscito ad evitare il tracollo del sistema, che pure ha dovuto cancellare stagioni, eventi, anche ricorrendo alla cassa integrazione in deroga a sostegno dei lavoratori dipendenti. A soffrire più di tutti sono stati gli autonomi, i collaboratori, le partite Iva, insomma, che si sono dovuti accontentare dei cosiddetti “ristori” del Mibact che, più o meno hanno assicurato ai lavoratori 2.000 euro a testa, un’elemosina.
In tutto questo il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, in carica nel governo Conte2 e confermato da Draghi, è stato e continua ad essere nell’occhio del ciclone perché, è il parere di tanti operatori, non si sarebbe speso abbastanza per la riapertura delle sale dello spettacolo dal vivo. Tuttavia ancora nelle scorse settimane ha dichiarato che «continueremo a sostenere i lavoratori e le imprese della cultura sino a quando la crisi non sarà finita e interverremo per prevedere e migliorare il sistema delle tutele».
Mentre andiamo in stampa non è ancora dato sapere quando realmente riapriranno sale da concerto, teatri e cinema. Procede il piano vaccinale e la speranza di tutti è che prima dell’estate inizino ad alzarsi nuovamente i sipari. Ma dopo la parziale apertura dell’anno scorso con capienze molto ridotte è ormai chiaro che la vera riapertura sarà quando le sale potranno essere agibili al 100%. E non c’è da farsi illusioni: non accadrà presto. È indispensabile che lo Stato inietti nel settore risorse importanti, sostegni adeguati ai lavoratori. O che dica chiaramente che dello spettacolo dal vivo, fenomeno assembrativo per eccellenza, non gli interessa niente. Perché andare avanti così per tutto il 2021 sarà semplicemente un massacro.

 

 

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