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Suonare News maggio 2018 Editoriale
 

Amadeus, la musica secondo Milos Forman
di Filippo Michelangeli

È morto lo scorso 14 aprile il regista ceco che nel 1984 portò sul grande schermo la straordinaria vita di Mozart. Il film, basato sulla falsa rivalità tra Salieri e il salisburghese, fu un trionfo di pubblico e di critica. Vinse ben 8 Oscar e raccontò al mondo la bellezza dell’arte dei suoni


Alla fine se n'è andato anche Milos Forman (18 febbraio 1932 – 14 aprile 2018), il regista ceco che nel 1984 trovò il coraggio di portare sul grande schermo la vita, unica, irripetibile, persino sovrumana di Wolfgang Amadeus Mozart. Il compositore che nell'immaginario collettivo è l'enfant prodige per antonomasia, genio e sregolatezza, un uomo con due personalità opposte, spirituale e carnale, e che in un'esistenza durata appena 35 anni ha scritto il suo nome a lettere d'oro nel grande libro della storia della musica. Forman si è ispirato all'omonima opera teatrale di Peter Shaffer che immagina una forte rivalità tra il geniale salisburghese e il compositore italiano Antonio Salieri, presente negli stessi anni alla corte dell'impero asburgico, e accoglie la teoria puskiniana che sosteneva che Mozart fosse morto avvelenato dal collega invidioso.
Per i musicologi una sceneggiatura basata su una panzana. Ma Amadeus, così Forman intitolò sobriamente il film, fu un successo clamoroso. Conquistò ben 8 Oscar e innumerevoli altri riconoscimenti. Ma soprattutto fece breccia nel pubblico, che di solito della musica classica non ne vuole sapere. Credo di aver visto almeno dieci volte Amadeus. E non escludo di rivederlo ancora. Forman non era un musicista, ma di Mozart aveva capito la cosa più importante: prima di essere un genio, era un uomo.
Il film, ricorderete, si apre con la maschera del volto deturpato dal tempo e dalla follia di Antonio Salieri (interpretato da un meraviglioso Murray Abraham) che, ricoverato in un ospedale psichiatrico, cerca conforto in un dolce sacerdote al quale chiede di riconoscere i brani che un tempo egli compose. Naturalmente il mite prelato non ne conosce nemmeno uno fino a quando Salieri lo sfida strimpellando al fortepiano l’Eine Kleine Nachtmusik. Il prete si illumina, è felice finalmente di dare soddisfazione all’anziano musicista e prosegue egli stesso canticchindola: «... Sì, la conosco, è incantevole... Mi dispiace, non sapevo che fosse sua». Salieri si paralizza, resta in silenzio qualche secondo. E dopo una sofferta smorfia pronuncia la frase che riassume l’intuizione di tutta la pellicola: «Non lo è... questo era Mozart».
Ecco, per Forman la genialità di Mozart per tutto il film sarà soprattutto nelle reazioni degli altri. È incredibile come egli abbia colto l’essenza più profonda della musica:?il suo diventare verità nell’ascolto degli altri. La musica non esiste fino a quando non c’è qualcuno disponibile a sentirla, ad emozionarsi, a commuoversi per la sua bellezza e, perché no, a sentirsi divorato dall’invidia, ultimo stadio della miseria umana quando l’ammirazione si espande sterminata e incontenibile.
Ah, Forman, regista geniale capace di non lasciarsi schiacciare da un artista immenso come Mozart! E di raccontarne la vita, le opere, i trionfi fino alla morte prodige, prematura come il suo talento, senza mai perdere il filo narrativo, senza mai far pensare a noi, privilegiati spettatori, la fatidica frase: «Quando finirà il film?». Amadeus, il film, dura quasi tre ore. Ma nell’anima di ciascuno di noi è destinato a restare molto più a lungo.

 

 

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