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Suonare News febbraio 2012 Editoriale
 

QUEI MUSICISTI “COLTI”, MA INCONTENTABILI
di Filippo Michelangeli

Parlando con i professionisti delle sette note si scopre quanto sia rara la stima tra colleghi, l’apprezzamento per un concertista che ha appena concluso un recital, lo slancio vero per il vincitore di un concorso. Eppure l’entusiasmo e la fiducia sono i grandi motori della vita


Mi segnalano un ragazzino di 11 anni, pare talentuoso aspirante pianista. I genitori non sono del settore ma vorrebbero affidarlo a un maestro di qualità. Obiettivo legittimo. Alzo il telefono e contatto uno stimato professore del conservatorio della città del pargolo. Mi risponde, dispiaciuto, che ha la classe piena. Pazienza, penso, ringrazio e gli chiedo di darmi un nominativo di un collega di cui si fida. Ci pensa, borbotta un po’, alla fine sentenzia: «Guardi, tra i miei colleghi non saprei proprio chi scegliere». Possibile? Lo incalzo: «Ho solo chiesto il nome di un buon maestro, non voglio un padreterno». Niente da fare. Inizia a recitare un rosario di nomi, quello è bravo “ma”..., l’altro ha anche una discreta attività concertistica “però”..., una collega è tanto “carina” con gli allievi ma non ha mai fatto un concerto...
Andiamo avanti.
Il mese scorso mi sono perso un concerto a cui tenevo molto: Barenboim ha portato alla Scala di Milano il ciclo delle Nove Sinfonie di Beethoven. Uno scatto d’orgoglio per un grande teatro d’opera, una sfida per qualsiasi filarmonica e un’opportunità imperdibile per i milanesi.
Il giorno dopo mi rivolgo ad un amico musicista della cui solidità professionale sono certo che ha assistito al concerto. Ne approfitto e gli chiedo: «Allora, come è stato?». Risposta: «Cosa vuoi, Barenboim lo conosciamo, è sempre lui! “Ma”, insomma, dalla Scala ci si aspetterebbe sempre il massimo...». «È stato emozionante?», incalzo. «Guarda, a parte i violini...». Lascio perdere.
Ultimo esempio. Partecipo sempre più raramente alle giurie dei concorsi. Ci vuole competenza, mente sgombra e totale disponibilità all’ascolto. Alla fine mi lascio convincere. Sfilano i candidati. Nelle eliminatorie si va in scioltezza. L’importante è individuare quel pugno di talenti che possono ambire alle fasi successive. Si arriva alla finale. Un ragazzo è nettamente il migliore e, per fortuna, la maggioranza dei giurati è d’accordo. Per me possiamo mettere a verbale e dare l’esito al presidente. Macché! Inizia un coro di distinguo, di «bisogna tenere conto», «ricordiamoci che nell’ultima edizione...», «certo, fosse possibile riascoltarli...», «lo stile di Mozart nella semifinale non è venuto fuori...».
Io penso che se lo spirito di Mozart fosse veramente potuto «venir fuori» ci avrebbe preso tutti a randellate in testa, compresi gli incontentabili giurati.
Credo sia ora di dire basta a questo modo impossibile, inconcludente, lamentoso, di vivere la musica classica da parte dei professionisti.
Guardatevi intorno: siete mai riusciti a sentire da un professore un commento positivo, senza se e senza ma, su un collega? All’uscita di un concerto c’è mai un professionista che si dica soddisfatto? Un vincitore di un concorso sarà mai considerato all’altezza di quelli, sempre irraggiungibili, che l’hanno preceduto? L’entusiasmo e la fiducia sono i motori della vita. Ne ha bisogno anche la musica, soprattutto quella “classica” perché non venga sempre considerata un’élite, persino un po’ antipatica.

 

 

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