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Suonare News giugno 2019 Editoriale
 

Si invita il gentile pubblico a spegnere i cellulari
di Filippo Michelangeli

Lo leggiamo nei programmi di sala, lo ascoltiamo da chi presenta la serata. Eppure la cattiva abitudine di lasciare acceso lo smartphone e farlo trillare mentre i musicisti stanno suonando è dura a morire. Spegnere il telefono vuole dire soprattutto accendere la propria anima


Quando alla fine del Novecento i grandi visionari e scrittori di fantascienza immaginavano il futuro, venivano descritte città con auto volanti, teletrasporto di cose e persone, ibernazioni umane. Al momento le auto sono ancora incollate all’asfalto, i trasporti sono strangolati dal traffico delle grandi città e di ibernata c’è solo la pizza pronta che scongeliamo la sera nel microonde.
Nessuno, invece, avrebbe mai immaginato di vedere miliardi di terrestri camminare urlando con il cellulare nell’orecchio o chattare scrivendo su uno smartphone.
Il cellulare prima, lo smartphone poi, hanno cambiato drasticamente le nostre vite. E sono in pochi ormai a rinunciare a restare connessi 24 ore su 24. Anche durante i concerti, naturalmente.
Se fino a prima dell’avvento del telefonini il bon ton da mantenere durante l’ascolto di un recital era semplice: restare in silenzio, muoversi il meno possibile, cercare di non tossire e, soprattutto, applaudire nei momenti giusti, da quando lo smartphone è diventato un fenomeno di massa, ha fatto irruzione anche nei teatri e negli auditorium.
Non c’è programma di sala che non raccomandi di tenere spenti i cellulari e che sia “rigorosamente” vietato fare fotografie o video. Sovente è una voce registrata diffusa all’inizio del concerto a sottolineare lo stesso comandamento o, con qualche imbarazzo, il presentatore della serata.
Di fatto è tutto inutile. A spegnerlo non ci pensa nessuno, la maggioranza lo mette in modalità silenziosa. Ma tra il pubblico, soprattutto ai concerti di musica classica dove l’età degli spettatori non è proprio verde, c’è sempre quello che si dimentica di spegnerlo o silenziarlo – o pensa di averlo spento o silenziato – e così durante la performance del solista o dell’orchestra, si sente il molesto squillo bucare il silenzio e correre in platea.
Orrore, occhiatacce di riprovazione da parte degli altri spettatori che vorrebbero dire: «Non è il mio, io sono bravo bravino». Mentre lo sventurato che ha interrotto la poesia della musica, in preda al panico, fruga disperatamente nelle tasche della giacca o nella borsetta per spegnere l’assordante suoneria. Ma è sul palcoscenico che può accadere l’imprevedibile: c’è il solista infastidito che interrompe l’esecuzione e conquista indignato il camerino in attesa che torni il silenzio, un altro fa finta di niente e continua confidando che il cellulare venga spento, e infine c’è chi, con grande senso dell’umorismo, prende spunto dalla melodia della suoneria per improvvisare variazioni sul tema.
Lo smartphone non suona e basta: scatta foto e realizza video, trasmettendoli online in diretta. E allora ecco intervenire le maschere che, con modi decisi, invitano gli spettatori a spegnerli. Accade anche nelle sale più blasonate, persino alla Scala di Milano. Lo smartphone ha rottamato anche il rito dell’autografo in camerino, soppiantato da un selfie con il concertista preferito.
I cellulari vanno spenti o silenziati durante i concerti non soltanto per rispetto verso artisti e pubblico, ma soprattutto per metterci in ascolto di noi stessi. E goderci pienamente la musica.

 

 

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